Quella “capa tosta” di MASSIMO RANIERI

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Il 3 maggio 1951 è nato, a Napoli, Giovanni Calone in arte Massimo Ranieri

 Quando, la sera del 16 dicembre 2005, lo incontrai nel camerino del Palais Saint-Vincent Massimo Ranieri era ancora madido di sudore per le ultime prove dei balletti dello spettacolo “Accussì grande”. «Scusate se vi ricevo così– aveva esordito – ma la nostra vita è fatta di un continuo vestirsi, spogliarsi e rivestirsi. Sento ancora una grossa responsabilità ogni volta che mi esibisco, se non fosse così non sarei stato fino a poco fa a riprovare, dopo tante repliche, alcuni numeri di questo spettacolo». Con una voce come la sua- gli chiesi- avrebbe potuto vivere di rendita per tutta la carriera, cos’è che l’ha spinta a sperimentare nuove forme d’espressione? «E che vita sarebbe? Mica è divertente continuare a fare le stesse cose tutta la vita. Quando nel 1983 feci “Barnum” andai al circo di Liana Orfei ed imparai a camminare sul filo, a fare il salto mortale e altre acrobazie. Quello spettacolo mi è stato di grande insegnamento: la vita non è, in fondo, un camminare sul filo? E fare spettacolo non è un salto mortale? L’importante è che le cose non rimangano solo idee non realizzate. Bisogna farle: bene o male, belle o cattive che siano. Bisogna avere il coraggio di camminare su quel famoso filo…». Con Ranieri- che nello spettacolo ha ballato, recitato e, soprattutto, cantato immortali classici napoletani e i suoi successi in italiano- sul palco del Palais  c’erano un corpo di ballo ed un ottimo gruppo di musicisti capitanato dal chitarrista Mauro Di Domenico. C’era anche il bravissimo Emanuele D’Angelo di nove anni a interpretare il suo alter ego bambino, quel Gianni Calone che arrotondava la giornata cantando nei ristoranti e per i vicoli di Napoli. Che consigli darebbe ad un giovane che volesse intraprendere la sua carriera? «I giovani sono nati in un momento molto critico per fare il mio mestiere. Gli consiglio, in ogni caso, di avere una grande capa tosta, un po’ come la mia, perché la gente alla fine ripaga chi ha senso di sacrificio. Peccato che oggi nei giovani questo si trovi sempre meno. La colpa è della televisione, questo francobollo luminoso che ci bombarda di immagini. Cercare di arrivare usandola come scorciatoia è molto più facile, così si finisce per non studiare, non sacrificarsi e non fare la gavetta col pubblico». Così, aggiungiamo noi, non si finisce sicuramente con davanti un pubblico osannante in piedi, come è successo a al Palais, che canta con lui una struggente “’O surdato ‘nnammurato”. A dimostrazione che in serate come queste gli occhi lucidi “sò lacreme d’ammore e non è acqua”.

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