Il neo realismo antelitteram de “Gli spazzacamini in Valle d’Aosta”

Datato 1914, “Gli spazzacamini in Valle d’Aosta” è il film più vecchio in cui compare la Valle. Per certi versi è, però, anche il più moderno. Lungi dal proporre, infatti, l’oleografia montanara che attualmente abbonda nelle opere di molti cineasti valdostani, il regista Umberto Paradisi vi racconta con asciuttezza una cruda storia di infanzia violata e povertà piuttosto comune nella realtà valdostana dei secoli scorsi. «Il film– spiega Marco Gianniracconta la realtà dei nostri villaggi a inizio secolo e parla di quando la Valle d’Aosta era povera e isolata. Restaurare il film significa anche difendere la memoria di questi bambini che venivano, di fatto, venduti per lavorare nelle grandi città.» Gianni è il direttore artistico dell’associazione “Strade del Cinema” che, in collaborazione con il Comune di Aosta, il 22 ottobre scorso al Teatro Giacosa ha presentato in prima mondiale la copia restaurata dal Museo del Cinema di Torino, in collaborazione con la Cineteca Italiana di Milano e «L’immagine ritrovata» di Bologna. La storia del film narra della campagnola Pina, figlia di Masone, fattore delle terre che il conte di Montjovet Arturo Federici ha a Polain (storpiatura dell’attuale Pollein: n.d.r.) , che viene sedotta ed abbandonata, con tanto di bebè, da Federico, figlio del Conte. Sfrattati dal Conte, padre e figlia non accettano l’aiuto economico di Federico. «Tuo figlio– gli urla con disprezzo Pina- andrà a fare lo spazzacamino per non morire di fame, ma io non accetterò niente da te. Ti ho dato il mio onore rendimi quello

Venduto a Gaspard, Tonino viene portato a lavorare a Torino, dove, a causa di uno scambio d’identità con Carletto, è creduto morto quando questi è vittima del fumo mentre pulisce un camino. La notizia rende folle Pina, accorsa a Torino col proposito di riportarlo a vivere in Valle con sé. «E’ mio figlio– urla- è ingiusto che le conseguenze di una mia colpa ricadano sopra un innocente. Voglio riparare.» In realtà Tonino ha ritrovato il padre e ammansito il nonno. Riportato a Polain, la sua “innocenza … riuscì a portare la felicità completa.” La pellicola, un nitrato, era conservata in unica copia, senza documenti accessori, alla Cineteca di Milano ed è difficile quindi sapere se tutte le ambientazioni in montagna siano state girate effettivamente in Valle d’Aosta, anche perché molti elementi sembrano uscire dalla fantasia del regista. «Il risultato del restauro – ha sottolineato Claudia Gianetto, responsabile del restauro del Museo del cinema di Torino – è un film che conserva tutto il pathos della sua storia avventurosa e che per il ritmo incalzante può ancora stupire il pubblico contemporaneo.» Efficace e pertinente si è dimostrato, infine, il commento musicale messo a punto per l’occasione dal pianista Beppe Barbera e suonato dal vivo dall’autore e dalla corale Grand Combin diretta da Davide Sanson.


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