Così parlò WAYNE SHORTER

Al Forte di Bard è il momento della rassegna “Musicastelle in Blue”, organizzata dall’assessorato regionale al Turismo con il Blue Note di Milano, che, fino al 21 luglio, vedrà sfilare nella sua Piazza d’Armi sei big del jazz. Il 13 luglio si è cominciato alla grande con la stella più lontana ed enigmatica (la biografa Michelle Mercer lo ha definito “un enigma jazz avvolto nel proprio mistero”), quella che, in ogni caso, da più tempo brilla nel firmamento mondiale, indicando a generazioni di jazzisti la via: il sassofonista americano Wayne Shorter.

E’ stato così, sul finire degli anni Cinquanta, quando prese in mano i Jazz Messengers di Art Blakey, e ancor più nei decenni successivi con il quintetto di Miles Davis e la fusion dei Weather Report. Grande strumentista (al tenore e soprano), ma soprattutto, secondo Stan Getz, “il più grande compositore vivente dopo la morte di Duke Ellington”.

Una leggenda vivente che, nonostante i suoi 78 anni, nel corso dell’intervista realizzata con l’aiuto di Donatella Chiabrera ha parlato spesso di “sfide” da vincere e di bisogno di andare “oltre”. Parola usata anche dal suo contrabbassista, John Patitucci, per descriverlo: «Musicalmente Wayne è molto “oltre”.- ha detto l’italo-americano-Come solista ha molti colori, perché non parla solo il linguaggio dei sassofoni ma di molti altri strumenti. Come compositore si muove per emozioni, i suoi brani sono quadri di differenti stati d’animo, e questo fa sì che qil nostro quartetto suoni come un’orchestra impressionistica.» “Beyond the Sound Barrier (Oltre la barriera del suono)” è anche il titolo delll’ultimo cd live di Shorter. «Bisogna superare tutte le barriere.- ha spiegato, scandendo bene le parole- Andare oltre i generi e gli stili bloccati. Oltre le apparenze e gli artifici. La musica del futuro deve avere la carica per andare oltre tutte le barriere.»

Da 12 anni questa “carica” lui la dà con lo stellare quartetto che si è esibito a Bard, che, oltre a Patitucci, comprende I bravissimi Danilo Pérez (pianoforte) e Jorge Rossy (batteria). «Oltre ad essere bravi, ognuno di loro ha fiducia negli altri e coraggio.- ha commentato Shorter- La nostra missione è fare buona musica senza inseguire il successo. L’importante è continuare a creare con allegria.» E’ quello che è successo a Bard, dove “Zero gravity”, “Orbits” e Plaza Real” sono stati solo dei canovacci per un flusso creativo ininterrotto ed imprevedibile.

Nella homepage del suo sito giganteggia la scritta “Saxophonist-Composer”, quale dei due, gli abbiamo chiesto, ritiene sia stato più importante? «La risposta è: tutti e due.- Anche perché le due cose sono connesse. La sfida è stato mischiarli senza che uno prevalesse e si avvertissero soluzioni di continuità.» Non a caso definisce “improvvisazione rallentata” la composizione. Un’attività, quest’ultima, che lo sta portando a gettare un numero sempre maggiore di ponti versa la musica classica. Ad un pezzo scritto per la Los Angeles Philharmonic Orchestra, ha, tra l’altro, partecipato la cantante e contrabbassista Esperanza Spalding che chiuderà il programma di “Musicastelle in Blue”. Come la giudica? «Non ha paura di rischiare ed è assolutamente cosciente di quello che fa.- ha commentato, allargando subito il discorso alla sua filosofia di vita influenzata dal Buddismo- E’, soprattutto, sempre dentro la musica. La sfida del jazz è vivere sempre nel momento, avere il coraggio di spogliarsi da ogni pregiudizio e arroganza ed immergersi nel momento. Perchè l’eternità è in ogni singolo momento che riusciamo a vivere per quello che rappresenta.» 

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