C’ERA UNA VOLTA (17) E’ morto PIERO FARULLI, il musicista che portò ad Aosta il suono dell’Utopia

Il 2 settembre, all’età di novantadue anni, è morto PIERO FARULLI. Artista ed educatore, era stato per trentadue anni la viola del mitico Quartetto Italiano, una delle più straordinarie formazioni cameristiche di tutti i tempi, formata nel 1947 con Paolo Borciani, Elisa Pegreffi e Franco Rossi. Finita nel 1977 quest’avventura, Farulli si era dedicato anima e corpo alla Scuola di Musica di Fiesole (fondata nel 1974) ed all’Orchestra Giovanile Italiana che, nel 1984, da questa era nata. «Sono degli strumenti– aveva spiegato- per realizzare la mia grande Utopia: che tutti sappiano che esiste una grande musica, che desiderino ascoltarla e possano comprenderla».

Con questi “strumenti” nel 1996 era arrivato ad Aosta per portarvi lo stage estivo dell’OGI. E la rassegna “Aosta Classica”, che da quello stage è nata, gli deve molto. Fu grazie alla dolce ala della giovinezza (e bravura) del centinaio di musicisti che, fino al 2005, ogni estate arrivarono in Valle che vi si risvegliò un interesse verso la musica classica sopito da troppi concerti all’insegna della ritualità e della noia. E fu grazie al carisma di Farulli che arrivarono, per collaborare con l’OGI, grandi nomi come Luciano Berio, Salvatore Accardo, Krzysztof Penderecki e tanti altri. Fu una bellissima Utopia (con importanti riflessi su una generazione di giovani musicisti valdostani), ma, come tale, ha finito per essere ben presto accantonata in una regione nella quale Utopia è, come diceva Adriano Olivetti, “la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare”.

Farulli era un papà un po’ burbero, come ha ricordato anche Salvatore Accardo. Uno che pretendeva molto dai suoi ragazzi, cui, in quelle estati aostane, impose ritmi di lezioni e di concerti ”asburgici” (la definizione era sua) . Uno capace di  “cazzuolarmi”, bonariamente, se non andavo ad assistere a qualche concerto dei suoi ragazzi che, per un motivo o per l’altro, considerava importante (in pratica tutti). Alla base di quella severità (che si scioglieva comunque sempre in un luminoso sorriso) c’era lo stesso spirito che aveva animato e fatto grande il Quartetto Italiano. «Sentivamo la responsabilità di diffondere la conoscenza e l’amore della musica come una vera missione.– mi aveva confessato in un’intervista- Salivamo sul palco come un altare laico. Tecnicamente non facevamo altro che servire l’autore suonando quello che era scritto nello spartito. Eravamo molto severi e ogni sera,  fossimo stati a Tokio come a Scandicci, cercavamo di dare il meglio.»

E, a mò di esempio, mi raccontò la “grandissima lezione” ricevuta dal leggendario direttore d’orchestra tedesco Wilhelm FurtwänglerUna volta,durante una nostra partecipazione ad un Festival di Salisburgo, ci volle incontrare, e, con grande emozione, suonammo insieme il Quintetto di Brahms. Eravamo giovani e avevamo dei dubbi sull’interpretazione, per cui gli chiedemmo dei consigli per il “Molto allegro” dell’opera 130 di Beethoven per il quale non sapevamo a che santo votarci. E dentro l’allegro che ci indicò c’era tutta la vita di questo tempo. Fu un colpo di fulmine, perché quella sera ci eseguì al pianoforte a memoria tutti i tempi di tutti quartetti di Beethoven: dall’opera 18 n.1 e all’opera 135 (sono 17: n.d.r.). Era questa la preparazione musicale di quella gente e la sacralità con la quale viveva la musica.»

Severità, rigore, sacralità, termini che, purtroppo, suonano démodé nell’Italia del terzo millennio, ma che Farulli ribadì nel discorso per i suoi ottant’anni in cui parlò di “una cultura della Musica prospettata in una dimensione sociale”, rivendicando il primato della qualità sulla quantità. Un principio che aveva perorato perfino con Papa Giovanni Paolo II. «Quando venne a Fiesole– mi aveva raccontato- gli dissi: Santità voi avete in mano un grandissimo musicista, Palestrina, possibile che adesso nelle chiese italiane si sentano i chitarristi? E lui mi rispose: con Palestrina c’è poca gente, con le chitarre tanta.» E’ lo stesso principio, gli feci notare, che adesso fa sì che, mentre la sua Scuola continua a sfornare tanti buoni strumentisti, in Italia le orchestre chiudono. «Ai ragazzi dico: non cercatevi il lavoro sotto casa,- aveva risposto amareggiato- dovete venire per il piacere di far musica e la musica la si fa bene in tutto il mondo. E poi il suono italiano degli archi è molto importante. Anche Giulini ed Abbado lo reputano essenziale. Se fossi un direttore d’orchestra vorrei il 50% di archi di scuola tedesca e un 30% di suono italiano». Qual’è la differenza? «Guardi il cielo qui e guardi il cielo in Germania.- concluse- Qui c’è più colore e calore.»

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