C’ERA UNA VOLTA (38)- IDA DESANDRE’, la piccola luce «pe pas perdre lo tzemin (per non smarrire la strada).»

FullSizeRender-1.jpgOggi, 6 marzo 2019, dalle prime ore di questo freddo pomeriggio, la bella persona che mi ha generato, IDA DESANDRÉ, non c’è più. Di lei sappiamo praticamente tutto perché si è trovata suo malgrado a dover raccontare una storia più grande di lei, nonostante lei sia stata più grande della storia.” Così Roberto Contardo ha annunciato, sulla sua pagina Facebook, la morte della madre.FullSizeRender.jpg

Desandre-Bolzano-2-3.jpgCon lei, nella primavera 1998, era tornato sul binario della stazione di Bolzano che il 10 ottobre 1944 l’aveva vista partire su un vagone piombato diretto in Germania per un viaggio senza ritorno. L’accusa? Aver collaborato con i partigiani valdostani. La destinazione? Il campo di sterminio di Ravensbruck. E pensare che quel 10 ottobre era, anche, il suo ventiduesimo compleanno. Nel buio puzzolente di quel vagone blindato, in realtà, per lei era iniziato un viaggio nel lato oscuro della coscienza umana (dopo Ravensbruck, Belsen e Salzgitter) che l’aveva definitivamente cambiata. Ma dal quale, per fortuna, Ida alla fine era tornata.  
Desandre IMG_1094-2.jpgAd attenderla in Valle aveva, però, trovato l’indifferenza riservata ai “pidocchi” ritornati dai campi di concentramento. «Non siamo stati ascoltati e, quando siamo stati ascoltati, non siamo stati creduti. Io sono molto orgogliosa di quello che ho vissuto. Ho continuato a vivere portandomi la mia storia dentro. Finché non sono riuscita a tirarla fuori. Non a liberarmene, ma a condividerla». Era nato, nel 1992, l’autobiografico “Vita da donne”, libro curato da Maria Pia Simonetti, che racconta la tragicità di un’esistenza che, prima che dalle umiliazioni delle kapò dei lager tedeschi, era stata segnata dai calci paterni che avevano ucciso la madre e dagli schiaffi delle zie e delle suore . Nel 2000, con “Il paese dei ricordi”, sull’onda della memoria era, invece, tornata nel grembo della natia Saint-Christophe popolata dagli “strani personaggi senza Storia né Gloria” che ne avevano addolcito l’infanzia trascorsa nel mayen del nonno.Il tutto narrato con uno stile scarno e frammentato, come di “qualcuno che strappi alla memoria, con i denti, brandelli della propria vita”. Perché questo nuovo libro?, le avevo chiesto. «Perché i miei tre nipoti ricordino la nonna e il suo paese» si era schermita. Un po’ riduttivo per una piccola luce che, in anni confusi, come quelli che stiamo vivendo, sembrava fatta apposta per rischiarare le coscienze. Un po’ come quando, bambina, Ida, sentendo gli operai della “Cogne” che tornavano dal turno serale cantando, chiedeva a nonno Germano: «Perché cantano?». E lui, con la sua atavica saggezza, le rispondeva: «Pe pas perdre lo tzemin (per non smarrire la strada).»FullSizeRender-2.jpg

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