
Leggerezza “inevitabile”, si potrebbe dire, visto che le sue opere sono fatte “della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. «Più che partire da un disegno, io le statue me le sogno.- spiega Regazzo– Per me, quindi, realizzare una scultura diventa la concretizzazione di un sogno. La tecnica mi serve per dare all’opera un aspetto che possa cominciare a somigliare a questo sogno, poi è il caso che mi aiuta: lo stuzzico finché mi mette di fronte a delle risposte che ritengo interessanti. Modello le statue con l’argilla, un materiale malleabile che mi si propone in una serie di continue, casuali, variazioni. L’abilità dell’artista sta nel percepire e fermare l’attimo in cui, in questo flusso, sta succedendo qualcosa di bello.»
Un intuito infallibile, quello di Regazzo, che, aiutato da una tecnica sopraffina, è riuscito a cristallizzare le emozioni del momento in un lirico universo creativo popolato di eleganti figure, in gran parte femminili, dalla “soffusa e languida
«Come soggetti – spiega lo scultore– mi rifaccio all’iconografia classica: la maternità, gli amanti, la danza, gli animali. La figura femminile è, indubbiamente, quella che preferisco perché mi permette meglio di conciliare la costruzione di una figura con il mio anelito di eleganza. Ultimamente, poi, preferisco modellare figure complesse che, da una parte, mi permettono di destreggiarmi meglio coi volumi nello spazio e dall’altra mi sembra che mi aiutino a capire i rapporti sentimentali. Mi incuriosisce come, attraverso la scultura, coppie di innamorati o di ragazze che giocano si compenetrino, fondendosi una sull’altra e creando due figure in un’anima.»
Una poetica, quella di Regazzo, di apollinea serenità, che non racconta storie e non cerca particolari simbolismi, ma nasconde nelle sue pieghe segni di inquietudine e ambiguità. «L’ambiguità mi ha sempre incuriosito. E’ un ingrediente che a volte inserisco nelle opere deliberatamente, o che, più spesso, appare spontaneamente. Non mi è mai piaciuta l’idea di realizzare qualcosa di definitivo, vorrei, piuttosto, che chi guarda una mia scultura la completi con la sua fantasia. Vorrei, cioè, che chi guarda una mia opera trovi, alla fine, una specie di immaginaria pagina in bianco con un piccolo punto interrogativo. O, ancora meglio, dei puntini di sospensione, quasi a suggerire, se mai fosse possibile, un: e adesso continua tu.»
