
Tra queste spiccava l’inchiesta sul “CPT- Centro di permanenza temporanea e di assistenza“ di via Corelli, a Milano, che, nel gennaio 2000, aveva fatto scalpore. Sotto le mentite spoglie del rumeno Roman Ladu, era, infatti, riuscito a vivere per un giorno in uno di questi “ghetti” per immigrati. Aveva, così, provato sulla propria pelle le violenze fisiche e psicologiche cui erano sottoposti. A cominciare da quella puzza “di urina, di scarpe, di miseria” che si respirava nei vecchi containers già utilizzati per il terremoto dell’Irpinia che li ospitavano. Sulle loro pareti aveva letto messaggi d’odio (“Vafankoulu Italia”) e rassegnazione (“La vie est dans sa souffrance -la vita è nella sua sofferenza”). Lì dentro aveva visto donne farsi mettere incinte per riottenere la libertà (salvo correre subito ad abortire). Il CPT di Via Corelli era stato chiuso un mese dopo la pubblicazione dei suoi articoli.
Avevo rivisto Fabrizio (nato a Como il 9 marzo 1966) al Quirinale, quando, nel dicembre 2004, eravamo stati entrambi premiati dal Presidente Ciampi con il “Premio Saint-Vincent per il giornalismo”. Era passato all’ “Espresso” e la grande gioia di quel giorno fu, purtroppo, velata dall’assurda condanna a 20 giorni di reclusione che, mi raccontò, gli era stata comminata per la falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità in cui era incorso nel corso dell’inchiesta.
Non è quindi un caso che Raoul Bova si sia ispirato a Fabrizio per interpretare il giornalista d’assalto Matteo Gatti nel film «Sbirri» di Roberto Burchielli.
