
La domanda sorge spontanea: perché? «Sono in ferie- risponde dal litorale laziale- ma penso, anche, che bisogna mancare un pò. E’ troppo tempo che sono tornato in attività e rimpiango il decennio tra l’82 ed il 92 in cui mi ero ritirato. E poi, visto che non ho fatto niente di nuovo, temo che la genti si stufi di sentire le solite cose.» Le “solite cose” di Luigi sono canzoni come “Trent’an d’otonomie”, “Lo meis de may”, “Dor meinà” e tante altre che, sul finire degli anni Settanta, hanno segnato il rinnovamento della canzone popolare valdostana, parlando in lingua arpitana di temi d’attualità. «Mi ha colpito il documentario che recentemente Christiane Dunoyer ha fatto sull’Harpitanya– continua- Mi è venuta un pò di nostalgia di quando cantare era presentare alla gente discorsi nuovi, non organici al potere. In modo tranquillo e ironico, la mia è stata una voce un pò critica, alla grillo parlante.» Anche un po’ profetica, visto che nel 1976 cantava che i trent’anni d’autonomia avevano “fatto della Valle d’Aosta un buon terreno per tutti coloro che avevano voglia di rubare sulle spalle dei “ricchi” lavoratori” e di “assessori attenti, piuttosto che alla gente, ai desideri dei propri amici”.
TRENT’AN D’OTONOMIE
Trent’anni d’autonomia e bisogna cantarli; trent’anni d’autonomia e bisogna festeggiarli;
son già trent’anni che un popolo che ha lottato ha ottenuto alla fine la libertà.
Son già trent’anni che i liberi valdostani son liberi di farsi insaccare
in sacchi di buon zucchero o di caffè che sono, come in guerra, tesserati.
Son già trent’anni che la nostra benzina che costa meno ci ha tutti accecati.
Son già trent’anni che la usiamo per collirio e con quella dentro gli occhi non ci vediamo più.
E in questi trent’anni gli abbiamo regalato, in cambio, qualche milione di metri cubi d’acqua,
qualche milioni di metri di buona terra, qualche migliaio di parole che abbiam dimenticato.
Ma dobbiamo cantare i trent’anni d’autonomia che han fatto della Valle d’Aosta un buon terreno
per tutti coloro che avevano voglia di rubare sulle spalle dei “ricchi” lavoratori.
Dobbiamo cantare i trent’anni d’autonomia che ci hanno allevato una borghesia
che fa fabbriche ovunque lo vogliamo già preparandosi al fallimento…
E le fabbriche che abbiamo ereditato hanno riempito i polmoni di tanta gente
che avrebbe avuto la forza di gridare ma che non può più farlo: ha la tosse!
E a quei poveri cristi nelle campagne continuano a dire, tutti d’accordo:
Voi siete i primi ed i più fortunati, avete la vostra terra e i vostri prati!
E questi trent’anni che noi ora cantiamo, oltre a continue dispute,
ad assessori attenti, piuttosto che alla gente, ai desideri dei propri amici,
ci hanno lasciato ancora la voglia di gridare talvolta: “No. Noi non siamo italiani!”
senza pensare che per poterlo dire dovremmo sapere che cosa sono i valdostani.
