«Saint-Vincent è stato il mio portafortuna», ha detto alla fine del concerto che, la sera del 19 aprile, ha tenuto nella Sala Gran Paradiso del Grand Hotel Billia. In effetti proprio dalla cittadina valdostana è partito il successo di massa di Tony Esposito. Era, infatti, il 1984 quando vi vinse il Disco per l’Estate con “Kalimba de luna”. «Fu un successo inaspettato perché venivo da una musica diversa, strumentale.– ha ricordato- Grazie all’esperienza con Pino Daniele mi ero affacciato alla musica cantata. E poi avevo inventato il Tamborder, un tamburo di frontiera elettrificato, il cui suono caratterizza “Kalimba”. Il testo era, invece, un compromesso tra il napoletano, l’inglese, e una sorta di africano. Il giorno dopo alla mia casa discografica arrivò la richiesta per una cover dai Boney M. Poi l’hanno cantata Dalida, Ricky Martin, Clementino. Da allora di “Kalimba” sono state vendute 15 milioni di copie. Ma non mi è bastato, perché l‘anno successivo, nel 1985, ho vinto di nuovo con “As to as”. L’unico caso che un musicista ha vinto il Disco per l’Estate” due anni di seguito».
Tony aveva alle spalle un decennio di sperimentazioni, che ne avevano fatto un pioniere della world music, e collaborazioni eccellenti. In particolare in quegli anni non c’era cantautore italiano che facesse un disco senza di lui. Da Bennato a Guccini, da Vecchioni a Pino Daniele. E, addirittura, Lucio Battisti. «Erano gli anni d’oro dei cantautori, ed io, con le mie percussioni, ero l’unico che suonasse uno strumento diverso dalla chitarra, per cui dovevano chiamarmi per forza. Battisti mi volle per “Anima Latina”, il suo disco latino pieno di percussioni, mentre io e James Senese siamo stati i primi ad aiutare Pino Daniele. Nella prima mini-tournée che la EMI gli organizzò mi chiesero di fare l’ospite d’onore. Per cui nei manifesti il nome di Pino era in piccolo ed il mio grande».
Un momento dedicato a Pino Daniele c’è stato anche durante il concerto di Saint-Vincent, con la cantante italo-brasiliana Giorgia Marrucco, alias Mercurya, a cesellare una sensuale “Bem Que Se Quis” (la cover che Marisa Monte fece nel 1989 di “E Pò Che Fà”) ed il chitarrista-cantante Sasà Flauto ad interpretare “Yes, I know my way” e “Napule è”.
«Pino si è fatto un culo così per riuscire a fare belle canzoni.- ha notato Tony- Oggi coi computer anche il figlio del salumiere può fare un disco. Il rap ed il trap sono generi di facile accesso a tutti, ma non c’è studio. Per cui difendiamo il nostro patrimonio culturale fatto di musica vera: quella suonata. Il computer ha preso il posto del modo artigianale di suonare gli strumenti in cui l’errore diventa un valore ed è contemplato come bellezza e parte organica. Lasciamo l’errore, le piccole sbavature come parte essenziale della nostra esistenza, ma anche della Musica».
Anche sul palco di Saint-Vincent Tony ha voluto riprodurre il suono imperfetto della sala prove, facendosi accompagnare da un combo ristretto rispetto alla sua band abituale. Oltre a quelli citati, ne facevano parte la cantante e percussionista cubana Irina Arozarena, il sassofonista Tony Panico ed il bassista e chitarrista Antonio Bruno (autore della bella “La canzone del tempo”).
Naturalmente nel viaggio nella musica di Tony non sono mancati i suoi grandi successi: da “Pagaia” (sigla di “Domenica in” 1982) a versioni dilatate di “Kalimba de luna” e della finale “Sinuè” che hanno coinvolto i 450 presenti ad un concerto voluto e presentato da Barbara Castellani.

