«E’ una parola composta inventata per l’occasione,- ha spiegato- ottenuta unendo i termini dialettali lombardi “porta” e “avèrta”. Sta a testimoniare che l’attitudine di una porta è consentire il passaggio più che impedirlo. Come canto nella canzone che da il titolo al disco: “tutti vogliono chiudere la porta, invece a me piace lasciarla aperta”. L’ho scritta, anni fa, in brianzolo per riappriopiarmi del mio dialetto in un periodo in cui era diventato segno di intolleranza e chiusura.»
Paolini, oltre ad avere partecipato a due tracce, ha prodotto il cd, con la moglie Michela Signori, per la sua casa di produzione Jolefilm, e quest’estate lo ha promosso nello spettacolo “Song n.14”, in cui le canzoni di “Portavèrta” erano intervallate da suoi interventi.
Happening musical-teatrale che si è ripetuto il 15 novembre al Teatro Splendor di Aosta per la Saison Culturelle. Solo che al posto di Paolini c’era David Riondino, artista fiorentino dal multiforme ingegno, che, oltre che attore, regista e scrittore è cantautore di vaglia, che può, tra l’altro, vantare la paternità di “Maracaibo”, pezzo cult degli anni Ottanta nell’interpretazione di Lu Colombo, e l’aver aperto i concerti di una celebre tournée di Fabrizio De André con la PFM.
Un semplice pretesto per potere inserire nel concerto di Monguzzi alcune sue tragiche canzoni contemporanee (“Riformare il diritto di famiglia”), canti epici sull’attualità italiana (“Il pianto della Fornero” e “L’orazione di Monti sul Dio denaro”) , poesie canticchiate (“Triglia”, “Paguro” e “Pesci cha cha cha”) ed “inediti” canti degli Alpini “recuperati in Val Marmotta.”
«Sono tempi difficili per tutti.- ha precisato Riondino- Semmai le persone intelligenti l’avevano capito prima che lo sarebbero diventati. Il guaio è che molti di loro adesso tacciono. Sia perché non hanno voglia di entrare in dibattiti che sono diventati risse in cui nessuno parla più di nulla, sia perché è come se il mondo della comunicazione abbia censurato e tagliato fuori i veri momenti di creatività e di riflessione. Sì, ci sono sociologi che dicono le cose, ma le scrivono su libri che pochi leggono.»

