
“E’ come se ci fossero cento Ezel diverse che non capisci bene come fanno a convivere,- scrive- che poi è quello che mi ha fatto innamorare di quella rivoluzione lontanissima, che è la rivoluzione di tutte le diversità che non si capisce come fanno a convivere. Però lo fanno.»
Il filo conduttore è la lotta al “mondobastardo” che ha cercato, invano, di schiacciarne la natura libera. Lei che non accetta “di dover chiedere il permesso per stare nel posto che scelgo…Sono io che permetto loro di crederlo, perché i confini sono solo un’invenzione e la terra non può avere padroni”. Lei che dal 2013 vive in Val di Susa (dove fa la mediatrice e l’interprete) e partecipa a marce verso i confini francesi per manifestare contro la loro chiusura ai migranti africani.
“Vieni.
Brucia i confini e vieni,
superando ogni divieto.
Come un uccellino ferito io gemo;
vieni a portarmi via dai fuochi e dai bombardamenti
tieni al sicuro il mio cuore”
«Credo che la vera rivoluzione debba passare attraverso un’evoluzione internazionale. Non serve solo un Kurdistan indipendente, ma la liberazione deve interessare tutto il mondo. Perché quello stesso Occidente che aveva esaltato le donne di Kobane che avevano sconfitto l’Isis, fa finta di non vedere che adesso l’esercito turco si è alleato con l’Isis. Sono entrati insieme a Dhafin, che viveva in pace e con la democrazia diretta, dove adesso le donne devono mettere il burqa.»
«Quando lavoravo all’Espace Populaire il cuoco mandava bestemmie e parolacce e mi suonavano allo stesso modo delle cose che imparavo a scuola. Il cuoco diceva “bastarda”, la prof diceva “abbastanza”, il cuoco diceva “stronza” l’insegnante diceva “storta”, il cuoco diceva “porco” l’insegnante diceva “maiale o suino”. Poi tutte le cose che imparavo dal cuoco, l’insegnante mi diceva che «non si dice», ma se l’ho sentito vuol dire che si dice, mica me le sogno tutte ste parole! “Accetto” era “accendino” per me, “scaloppina con contorno” era “scoppolina con porno”…noi al ristorante servivamo “merdazane”, ma la professoressa le chiamava “melanzane”…Alla fine ho capito, perché un giorno è arrivata Melinda (Forcellati), la mia insegnante, in cucina all’Espace Populaire e ha detto al cuoco: “Luca, questa ragazza sta qui per imparare italiano, non le tue bestemmie”».
Se volete farla felice chiamatela Viyan, che vuol «dignità», il nome che si è scelto in onore di una compagna datasi fuoco nel 2006. Non chiamatela, invece, Ceylan (gazzella), il nome scelto dalla madre che, all’anagrafe, il padre cambiò in Ezel, un nome farsi, in lingua iraniana, che vuol dire universo infinito, il passato senza un inizio e senza la genesi, l’esistenza di essere prima dell’essere.
RIBELLE
«Le donne sono belle quando sono ribelli!
Quando avrò una figlia le insegnerò ad essere ribelle,
capace di sorridere, quando parla deve puntare i suoi occhi al centro degli occhi di chi la ascolta.
Dovrà essere capace di difendersi; ma non solo da un uomo, deve difendersi dal sistema in cui vive!
Dovrà ballare a piedi nudi senza vergognarsi o preoccuparsi di cosa penseranno gli altri.
Mia figlia avrà un cuore pieno d’amore verso il mondo.
Ma mia figlia sarà un’arma nucleare quando la sua libertà verrà messa in discussione.
Dovrà vivere come un cavallo matto e volare come un’aquila.
Sarà come un oceano blù che dà la tranquillità, ma è anche molto profondo.
Avrà la testa sempre alta e certamente sbaglierà nelle scelte che farà.
Ma non rimarrà mai lì tanto a pensare a quello che ha fatto.
Sarà forte per poter andare avanti.»
