Oltre ad insegnargli i primi rudimenti di chitarra, è stato proprio Haia Bebe a cominciare a chiamarlo Bombino, per via della giovane età, storpiando l’italiano “bambino”.
«Non world music o folk, faccio proprio rock-blues.- tiene a precisare- Anche perché non mi risulta sia un genere riservato agli americani?» Il talento e la personalità con cui suona e canta colpirono a tal punto il regista Ron Wyman che, nel 2010, lo inserì nel suo documentario sui Tuareg e, nel 2011, gli produsse “Agadez”, il disco d’esordio da solista. Balzato in testa alle classifiche “World” di iTunes, il cd attirò l’attenzione di Dan Auerbach, chitarrista dei Black Keys, che decise di produrgli il secondo album solo, “Nomad”, che, pubblicato nell’aprile 2013 dalla Nonesuch, divenne subito numero uno su iTunes World Chart e Billboard World Chart.
I brani ascoltati ad Aosta, in gran parte tratti da “Nomad”, sono, così, stati solo un pretesto per lanciarsi in lunghe improvvisazioni con l’ottimo trio che l’accompagnava. Con il canto a ripetere testi minimali che parlavano di nostalgia del passato (“Ahulakamine hulan”) o invitavano ad unirsi per poter andare avanti (“Adinat”) e a guardare, con orgoglio, alle proprie radici (“Imidiwan”). Su tutto l’elogio alla grandezza del deserto che aiuta a meditare in maniera più distaccata sui propri problemi (“Her tenere”).
Distaccati, nonostante il suo impegno, sono apparsi anche gli spettatori dello Splendor. Al punto che ad un certo punto Bombino ha detto: “Potete anche alzarvi per ballare. Le sedie sono comode in certe situazioni, come sull’aereo, ma qui potete alzarvi. E ballare.” Senza grossi risultati, purtroppo. «Mi sa che per smuovere questi– ha sbottato, allora, una spettatrice- più che degli uomini blu c’è bisogno di pilloline blu.»

