
Come rassegnarsi, in particolare, alla fine del “carnaio troppo figo” che caratterizzava la tradizionale serata del venerdì. “Ripartire da capo, con un personale ridotto, non ha alcun senso.- hanno scritto sulla pagina Facebook del locale- Non è nello spirito stesso di questo bar. Noi, con Voi, siamo stati l’aggregazione, quindi la scelta è venuta di conseguenza. Se la struttura stessa di questo posto deve essere messa in discussione, allora noi non ci stiamo.” Uno spirito che si respirava anche nella fantasiosa e mutevole veste: dal soffitto che cambiava ogni sei mesi ai muri firmati da sportivi ed artisti più o meno illustri. Per non parlare della porta “volante” del bagno. «Tutto è nato durante un aperitivo del venerdì,– raccontava Renè- quando l’amico Martino Valle, infastidito dal continuo apri e chiudi, l’ha divelta e portata fuori del locale. Da allora è diventata una consuetudine del venerdì trasportarla sempre più lontano. Il record è stato quando in Ape è arrivata fino a Capo Nord.»
Tutte cose che facevano sì che più che un locale d’intrattenimento, per molti valdostani il Café du Velo fosse una filosofia, un modo di essere. Soprattutto per quelli dell’età di mezzo che, infatti, hanno vissuto la notizia come la traumatica fine di un’era («c’è chi mi ha telefonato piangendo», ha confessato Giovanna).
https://www.facebook.com/cafeduveloaosta/videos/205313317355622/
Peccato, perché lei, Renè e Andrea avevano dimostrato sette anni fa di vedere lontano, sapendo, con Alice Chiantelassa, incarnare al meglio lo spirito dei tempi nel “locale senza nulla intorno”(definizione di Alessandro Mano) della periferia aostana. Una capacità visionaria che, vista la decisione presa, è drammaticamente inquietante per il futuro del commercio e della società valdostana.
