Al Teatro Romano Texier si esibì col suo (guarda un po’ il caso) Strada sextet , nell’ambito della rassegna “Prospettive” organizzata da “Strade del Cinema” (sic).
«Il nome del sestetto è un omaggio ai jazzisti che sono sempre “on the road”.– ci disse, ammirando le rovine romane- E, poi, non è stando a casa ma uscendo nelle strade che succedono le cose: ogni volta che si imbocca una nuova strada si apre un orizzonte. Cerco di fare musica viva che allontani, almeno per qualche ora, la morte, la cattiveria e la stupidità che ci sono in questo mondo terribile in cui viviamo. E, magari, faccia venire la voglia di condividerla con altri.»
Ha appena pubblicato “African Flashback” a conferma delle contaminazioni etniche che da molti anni caratterizzano il suo jazz, quali strade ha imboccato?
«Il jazz- rispose– è una musica che ha ormai una storia lunga, e, quindi, sono sempre di più i suoi strati che si è obbligati di conoscere. Se, infatti, si sceglie solo un’epoca o uno stile si finisce per essere limitati e diventare un musicista da museo. Io ho avuto la fortuna di avere attraversato quasi tutti questi strati: ho cominciato a suonare nello stile New Orleans e poi, appena ventenne, ho collaborato coi grandi beboppers, e, nello stesso tempo, sperimentato il free jazz. Fin dall’inizio sono, quindi, stato un musicista meticcio. E sono arrivato alla conclusione che, una volta sperimentati, i vari stili bisogna usarli in contemporanea, così si ha più colore sulla tavolozza per poter scegliere le direzioni e le atmosfere, e la musica che viene fuori è molto più viva. E’ da quando ho 20 anni che cerco di raggiungere un equilibrio tra musica melodica e ritmica, musica molto organizzata e liberamente fluttuante, musica figurativa e non. E in base all’obiettivo scelgo i miei musicisti.»

