«Really? Lee Konitz said this?», si schermì Coleman quando glielo dissi in occasione del concerto che lo strumentista dell’Illinois (è nato a Chicago il 20 settembre 1956) diede al Cinema Giacosa di Aosta il 10 novembre 1998.
Figlio di un cultore di Charlie Parker, da adolescente Coleman ha diviso i suoi interessi tra il funk di James Brown ed il sax di Maceo Parker che lo convinse a passare dal violino al sax alto. Nel 1978 si trasferì a New York esibendosi con Sam Rivers, Cecil Taylor e la big band di Thad Jones-Mel Lewis e collaborando con Dave Holland, David Murray, Mike Brecker e Abbey Licoln.
Successivamente la sua “avventurosa anima” ha sperimentato «l’approfondimento delle radici africane della propria musica riflesse nelle tradizioni filosofico-musicali sopravvissute tra Cuba, Porto Rico, Brasile ed Haiti». Ecco, quindi, l’incontro nel febbraio 1996 con il complesso AfroCuba de Matanzas, ed ecco il progetto che approdò ad Aosta che, oltre al bassista Anthony Tidd ed al batterista Sean Rickman, si avvaleva dei cubani Rosangela Silvestre (danzatrice) e Miguel Anga (percussioni).
«Durante i concerti non penso mai se sto suonando jazz o altro. Suono quello che sento, cercando di creare qualcosa che emozioni», mi spiegò. Ma la via per la spiritualità che tu cerchi passa attraverso il ritmo o la melodia? «Passa attraverso il “suono” che è tutto: ritmo, melodia ed armonia insieme. Il ritmo, in ogni caso, è la base su cui si fonda tutto il resto».
Il tuo background musicale non è circoscritto ai confini del jazz, cos’è che ti ha influenzato maggiormente? «Sono cresciuto con la soul music di James Brown e Stevie Wonder, e penso che questo si senta nella mia musica. Prince a parte, però, non mi sembra che ultimamente ci sia qualcosa di valido nella musica pop. Per cui attualmente cerco di costruire un linguaggio musicale comune prendendo qualcosa dall’Africa, qualcosa da Cuba, qualcosa dal Brasile, qualcosa dall’Inghilterra…».

