I due mondi, alla prova dei fatti, si sono, infatti, confermati lontanissimi. Da una parte l’inimitabile corrosivo sarcasmo del teatro-canzone del cantautore milanese, dall’altra i simpatici, ma nulla più, monologhi (scritti con Giorgio Centamore) che Iacchetti ha alternato a rivisitazioni dei successi del primo Gaber, quello, ancora inserito nel sistema, che imperversava negli show della prima serata Rai.
Uno stridente contrasto a cui, come ha raccontato Iacchetti, lo stesso Gaber, di cui era amico, aveva, in un certo senso, dato una soluzione: «Ad un certo punto volevo darmi, come lui, al teatro canzone, ma Giorgio, che consideravo Manitou, mi convinse a continuare a fare televisione.»
“L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé” aveva, del resto, scritto il cantautore, e i tantissimi fans “dentro” Iacchetti volevano e vogliono da lui la battuta sorniona più che l’impegno civile e l’avvelenata invettiva dell’ultimo Gaber.
Ecco, soprattutto, il coinvolgente monologo sugli infingardi, quella massa di apatici, passivi e falsi, con sé stessi prima che con gli altri, che in Italia inghiottono, come sabbie mobili, qualsiasi tentativo di cambiamento. “I mostri che abbiamo dentro”, contro cui metteva in guardia Gaber, che, logorando interiormente chi gli sta a contatto, non fanno intravedere “come fare ad essere contro”. Quelli che costituiscono i migliori custodi di uno status quo in cui di libero c’è solo il mercato (“Ma come? Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di pensare?”) Quelli che avevano fatto cantare, indignato, a Gaber “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Quelli che, per il calcolo delle probabilità, non potevano non essere presenti anche allo Splendor. Solo che, ammaliati dall’abilità e dal carisma del più rassicurante Iacchetti, non si sono riconosciuti, e con le loro risate ed applausi, hanno contribuito a decretare il pieno successo dello spettacolo.

