
Cantantautore, poeta, attore, politico e geometra (a volte), l’ayassin Christian Sarteur è ora anche scrittore. Con la Tipografia Duc ha, infatti, pubblicato “Le mani nere del prete e altri racconti- Les mains noires du prêtre et autres histoires”, quattro racconti legati da un filo discreto ma tenace: l’appartenenza, la memoria come radice, l’identità come atto di resistenza.
Scritti con uno stile vivace e, a tratti sperimentale che lo rende
un esordio editoriale sorprendentemente maturo.
Ne è venuto fuori un volume di 250 pagine, metà delle quali occupate dal testo in italiano e, rovesciandolo, le altre dalla versione francese.
«Lo spazio della canzone non mi bastava più, per cui ho allungato le canzoni.- spiega- La musica aiuta a trasmettere le sensazioni, ma a volte per rimanere in 3-4 minuti si è costretti ad essere ermetici e diventa difficile che arrivi il messaggio. A me, poi, è sempre piaciuto scrivere molto. Così, d’istinto, sono venuti fuori questi racconti. In francese. Tradurli, poi, in italiano è stato impegnativo perché per trasmettere le stesse sensazioni non basta tradurre alla lettera».
Il primo racconto, “Aspettando ancora…J’attends encore”, è la versione estesa di un monologo che Sarteur aveva recitato, in francese, l’11 aprile dello scorso anno al Cinema Santa Anna di Champoluc. E’ la storia di un uomo nato negli anni Trenta del secolo scorso in un villaggio valdostano, che nell’estate 2001 riordina i ricordi: dai bei momenti dell’alpeggio all’emozione della scuola, dall’incomprensione della guerra all’emigrazione. Anni pieni di cambiamenti, in cui il benessere è stato pagato con la perdita dell’identità.
“L’insegna tremolante”, invece, racconta di una famiglia Basca, che, per sfuggire al Franchismo, fugge prima a Marrakesh e poi in una valle della parte francese dei Paesi Baschi. Sempre inseguita dalla Guardia segreta franchista, sempre in cerca dell’Askatasuna (libertà in basco).
“La casa sopra il vento” è un viaggio, andata e ritorno dalle sabbie del Sahel a Strasburgo. “Perché la mia Identità è scritta nell’andare e nel tornare…non vado via: traccio solo un arco per tornare più preciso, più vero, più me”.
Il racconto che da il titolo al libro è, infine, la storia di due fratelli, il contadino Robert ed il più giovane Jean, tornato al paese come parroco. L’incursione di un branco di lupi fa loro varcare i confini della paura, scoprendo che “non c’è sapienza che tenga lontana la paura. C’è compagnia che la fa passare in mezzo”. Magari sporcandosi le mani con zolle di terra ed usando la lingua della culla, come Robert rimproverava a Jean non avesse più fatto.


