ICARO & DEDALO- Uccellacci in voliera

Icaro IMG_8221.jpg blogIcaro e Dedalo 2002.jpg blogOgni epoca ha i miti che si merita. Una volta servivano a rinvigorire la moralità, oggi si diventa più facilmente (e rapidamente) “mitici” se la si calpesta. Un tempo servivano a “ordinare la realtà” rispondendo a interrogativi esistenziali, oggi la “incasinano” coi cosiddetti falsi miti. Perfino i “labirinti” in cui oggi si rimane intrappolati sono diversi: in apparenza accoglienti e rassicuranti, si rivelano più disperatamente inestricabili. Anche perché per uscirne non bastano facili scorciatoie. Bisognerebbe avere la capacità di volarne via. Come fecero Icaro e Dedalo nel mito che da titolo e spunto allo spettacolo di “Replicante Teatro”, ideato, scritto e diretto da Andrea Damarco che lo ha interpretato, con Barbara Caviglia, sabato 25 luglio  alla Maison Pellissier di Rhêmes Saint Georges. Il sottotitolo “Uccellacci in voliera” chiarisce l’interpretazione che Damarco ha voluto dare al mito. «Il Labirinto è una gabbia, e la gabbia è una voliera.– spiega l’attore- Ma è “arredata” come un pollaio… La scena è un pollaio con tutti i suoi percorsi forzati e necessari. Dentro non ci sono polli, ma nemmeno uccelli tropicali. Ci sono Icaro e Dedalo: uccellacci in voliera. Non cantano e non fanno uova. Sognano. Di volare. E intanto riciclano la realtà grazie al mezzo di cui dispongono in abbondanza: la fantasia. Uccellacci in voliera sono attori in scena che si preparano al volo indagando il presente, la loro condizione, che muta, però, grazie ad un obiettivo condiviso da entrambi e concreto come un sogno: il volo. Chi sa sognare, chi sa giocare, chi vuol volare, non muore mai. Tutt’al più cade. Ma cadere, si sa, serve per imparare a camminare, per rialzarsi, sempre, e “chi ha paura, non vola mai”. E’ uno spettacolo dedicato alle nuove generazioni perché saranno quelle che voleranno domani e perché desidera lanciare uno sguardo oltre le sbarre di una “gabbia dorata”, per sfondare il soffitto di una voliera (ahimè) “aperta a tutti”». Grazie anche alle architetture sonore di René Cuignon, all’installazione scenica di Giovanni Papone e al progetto luci e costumi di Lilliana Nelva Stellio lo spettacolo si trasforma, così, in un importante viaggio che invita a non contentarsi di “cieli più bassi” ma, piuttosto, ad “imparare a farsi le ali“.  E che fa venire, coi protagonisti, “voglia di piangere per le cose belle e ridere per le altre”. «Ma così non vale- conclude Andrea- si potrebbe vivere in eterno.»

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