NICOLA ARIGLIANO: La musica è spettacolo, bisogna divertirsi e fare divertire

«Non voglio noie nel mio locale!». E giù pistolettate con cui “uccideva” i cabarettisti che partecipavano a “Non stop”, lo storico programma televisivo che nel 1977 lanciò comici come Verdone e Troisi. L’ironico killer di nero vestito era Nicola Arigliano (nato a Squinzano il 6 dicembre 1923), cantante che aveva conosciuto un periodo di gloria a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta e la cui memoria in quegli anni persisteva solo grazie alla martellante campagna pubblicitaria del “Digestivo Antonetto”, di cui per 27 anni è stato il protagonista (“contro acidità, bruciori, pesantezza di stomaco: Digestivo Antonetto. E’ talmente comodo che lo potete prendere anche in tram”).

A ripescarlo era stato Mario Pogliotti, giornalista e autore Rai, ma, soprattutto, grande appassionato di jazz che riconosceva in Arigliano l’unico “crooner” italiano, quello che, non a caso, era stato chiamato a cantare all’importante Festival Jazz di Newport. «Quando mi chiamò gli dissi di non farmi cantare, ma di farmi fare lo scemo», mi confidò Arigliano il 20 ottobre 1994, quando proprio Pogliotti me lo presentò in occasione di un suo concerto, alla Brasserie del Casinò di  Saint-Vincent, con il pianista Renato Sellani. «La musica è spettacolo: bisogna divertirsi e fare divertire.-ribadi’  in quell’occasione- Invece quelli che si occupano di un certo tipo di musica, come la classica o lo stesso jazz, montano spesso su un piedistallo limitandosi a suonare o cantare senza curarsi del pubblico». Una carriera, quella del cantante pugliese, che, ci teneva a dire, era iniziata quasi per caso. «Ho cominciato suonando il sassofono, poi, per scherzo, mi sono messo a cantare i ritornelli delle canzoni, e i colleghi mi dicevano che quando cantavo imitavo il sassofono e viceversa.» 

Nel 1957, alla “Taverna Messicana” di Milano, dove cantava standards americani col gruppo di Franco Cerri, il suo volto particolare (il “brutto del jazz” era soprannominato) fu notato dal regista Giacomo Vaccaro che lo scritturò per il giallo televisivo “Il tunnel”. La notorietà lo costrinse a crearsi un repertorio commerciale con canzoni come “Simpatica” e “Le tue mani”, finchè, nel 1957, arrivò il grande successo di “I sing ammore”. «Con quelle acciaccature ho trovato un mio personaggio un po’ grottesco … e mi sono fatto la casa», scherzò. Arrivarono anche le trasmissioni televisive importanti (come «Sentimentale » con Lelio Luttazzi e Mina)  e, nel 1959, un ruolo nella “Grande Guerra” di Mario Monicelli, apice di una carriera cinematografica che nel 1973 lo vide protagonista,  con Franco Franchi, del non memorabile l’ “Ultimo tango a Zagarolo”.«Fare il cinema, però, non mi è mai piaciuto– mi confessò- perchè si è nelle mani del regista. Io invece sono egocentrico al massimo: guai se non sono protagonista!».

Fu anche per questo che, messo in ombra dall’ondata “beat”,  diradò le incisioni dopo il successo sanremese di “Venti chilometri al giorno”, un blues confezionato nel 1964 da Mogol sul modello di “Sixteen Tons”. «Fare i dischi con le case discografiche italiane era noioso: ti etichettavano e dovevi dargli il prodotto che volevano. A me, invece, piace essere libero, per cui sono tornato a divertirmi ed a swingare. E, poi, grazie alla pubblicità  ho raggiunto una sicurezza economica che mi ha permesso di rifiutare le proposte che non mi andavano.» Da quel momento “non volle noie nella sua vita”, si potrebbe dire parafrasando la frase del pistolero di “Non Stop”. Si ritirò, quindi, in campagna, nei pressi di Magliano Sabina, per tornare agli onori della cronaca solo negli anni Ottanta con alcuni Cd jazz, tra i quali “Eccomi, I Sing ancora”  che nel 1996  gli fece vincere la Targa Tenco (conteneva anche “Satchmo” di Mario Pogliotti).

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una intensa attività concertistica culminata con la partecipazione, nel 2005, al Festival di Sanremo con “Colpevole”, con cui stabili’  il record di partecipante più anziano di sempre. Nicola Arigliano è morto all’età di 86 anni allo scoccare della mezzanotte del 30 marzo 2010 nel centro anziani ” Cucurachi” di Calimera che da quattro anni lo ospitava dopo che un ictus non gli aveva più permesso di continuare la vita da eremita felice a Magliano Sabina.

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