
Poeta, scrittore, filosofo, umorista, cantautore, il trentasettenne Gio Evan, la sera del 19 luglio è stato protagonista di uno spettacolo alquanto inconsueto al Forte di Bard, per Aosta Classica.
«Farò dei monologhi, chiacchiererò e canterò delle canzoni con una band di otto musicisti.- mi aveva preannunciato- Cercando di coinvolgere al massimo il pubblico che è sempre pieno di grandi amici, per cui scenderò anche in platea dialogando ed abbracciando gli spettatori».
Sei d’accordo con chi ti ha definito uno sciamano per l’effetto che fai sul pubblico? «Non mi definisco assolutamente tale, però ho fatto le mie iniziazioni e la mia pratica quando ho vissuto nel Nord dell’Argentina, fra San Marcos Sierras e Capilla del Monte, dove vive José, il mio maestro, un curandero animista che mi ha ribattezzato Gio Evan. Considero questo il mio vero nome e non, come scrive Wikipedia, uno pseudonimo di Giovanni Giancaspro».
Rito sciamanico che è un po’ quello che si svolge a Evan Land, il festival internazionale del mondo interiore da te organizzato di cui il 26 e 27 luglio ci sarà la quarta edizione ad Assisi. «La mia unità di misura dell’amicizia è l’addio, perché, viaggiando, ogni volta mi affeziono e le partenze sono batoste di sentimenti e lacrime. Allora mi sono detto che mi sarebbe piaciuto avere un luogo dove tutti ci possiamo reincontrare, faccendo le pratiche più dolci e tenere che ci hanno messo a disposizione i vecchi maestri: meditazioni, giochi etici, tanta musica e tanto sciamanesimo. Insomma tanta roba. Io faccio da cerimoniere, perché qualsiasi cosa si tratti io la trasformo in una cerimonia. Connettendo, come in fondo fanno gli sciamani, la parte in alto con la parte in basso».
In quale delle tue tante anime artistiche ti riconosci maggiormente? «La mia natura è poetica. E’ stata la parte poetica ad educare, addestrare e domare la parte da romanziere, la parte da monologhista e la parte da cantautore. Sicuramente la parte più lontana è quella del cantautore, che è l’ultima creatività narrativa che ho attuato».
Nel tuo ultimo romanzo “Le chiamava Persone Medicina” protagonista è la montagna. Come per il protagonista del libro anche per te è terapeutica? «Sono curioso di sapere per chi non lo sia connettersi con la natura. Il verbo connettere è un termine sciamanico che adesso ha comunemente assunto un altro significato, per cui ho voluto un po’ riprendermelo dai cyberbulli».
Oltre al Forte di Bard, nelle altre date estive ti esibirai in due castelli. Come mai? «D’estate cerco sempre di attraversare luoghi non comuni per contraddistinguermi e stare allegramente alla larga dai luoghi tipici dell’estate come spiagge e piazze. L’anno scorso avevamo fatto le montagne, e quest’anno volevamo ripetere un’esperienza intima ed è arrivata l’idea delle fortezze. In Valle d’Aosta c’ero stato due volte agli inizi della carriera. Ai tempi, stiamo parlando del 2016, facevo solo teatro ed ero stato in posti altissimi e bellissimi. Se tu mi trovi casa mi ci trasferisco».
(Le foto del concerto di Bard sono di Stefano Ferretti)



