Cantautori

Così , ad Aosta, parlò EUGENIO FINARDI

Dietro il “Tutto ’75–’25 Tour” di Eugenio Finardi, che la sera del 16 gennaio ha toccato il Teatro Splendor di Aosta per la Saison Culturelle, ci sono cinquant’anni di musica di uno dei migliori cantautori italiani. C’è, in particolare, il mezzo secolo dalla pubblicazione di “Sugo”, un album simbolo degli anni Settanta, numero 27 tra i 100 dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone Italia. Pubblicato nel 2026, conteneva molte sue canzoni simbolo: “La radio”, “Voglio”, “Oggi ho imparato a volare” e, soprattutto, “Musica ribelle”. «L’avevo scritta nell’ottobre 1975 e testata aprendo un concerto di Fabrizio De Andrè al Palalido di Milano.- mi ha ricordato Finardi- Mi fece capire che c’era la possibilità di fare un disco diverso da quello degli altri cantautori, con testi rock ed il jazz-rock di una band importante, in cui c’erano ¾ degli Area. Il loro contributo fu talmente importante che fui il primo a mettere nella copertina del disco i nomi dei musicisti, brano per brano».

“Sugo” fu frutto di una febbre creativa simile a quella che ha prodotto “Tutto”, il suo ventesimo album in studio pubblicato nel maggio 2025. «La tensione creativa è stata talmente forte che ho perso dieci chili, forse molto di quel peso era creatività repressa.- ammette- Giovanni “Giuvazza” Maggiore, è stato fondamentale per innescare un momento creativo in cui le canzoni del disco sono nate come funghi. Ad Aosta ne canterò qualcuna (“Tanto tempo fa”, “I venti della luna”, “Bernouilli”, “La battaglia” e “Futuro”:n.d.r.) e devo dire che nei concerti per la prima volta canzoni nuove stanno ottenendo la stessa attenzione delle canzoni vecchie. L’ho capito dagli applausi “giusti” che ricevono. In particolare il pezzo che piace di più al primo ascolto è “La battaglia”, che parla del rapporto conflittuale tra genitori e figli».

E’ ancora più amaro, quindi, l’annuncio che questo potrebbe essere l’ultimo album di Finardi. Almeno di inediti. «Beh, è un fatto statistico. Che l’abbia pubblicato a 72 anni, a 11 anni dal precedente “Fibrillante”, è già sorprendente. E, poi, oltre all’ispirazione c’è bisogno di qualcuno che ti ascolti. E’ pubblicato da me, perché molti discografici non l’hanno voluto neanche ascoltare ritenendo fossi troppo anziano. Poi non è detto, magari a 85 anni mi verrà l’ispirazione per fare un altro disco così fresco, proiettato nel futuro e poco melancolico. Sono fiero di “Tutto”, trovo sia un disco con una visione incredibilmente giovane e fresca del futuro».

Gli stessi arrangiamenti liquidi, tra sintetizzatori e arpeggi acustici, del disco hanno rivestito ad Aosta i suoi inni vecchi e nuovi, sostenendo una voce apparsa più fragile del solito. Onore al merito, quindi, per strumentisti come Giovanni Giuvazza Maggiore (chitarre, loop, cori), Claudio Arfinengo (batteria, percussioni) e Maximilian Agostini (tastiere, basso, cori) .

Emblematico a questo proposito il sound di “Futuro” nella quale Finardi ha fatto l’elogio all’intelligenza artificiale come “unica speranza”. «Più che una dichiarazione di fiducia nell’intelligenza artificiale è una dichiarazione di sfiducia sull’intelligenza umana. Mai come in questo periodo abbiamo dimostrato di essere immeritevoli di ciò che alcuni di noi hanno saputo creare.Siamo ancora quasi scimpanzè che hanno il potere delle idee. Questo è estremamente pericoloso. Per quello io mi fido più di un computer logico».

Il perfetto mix di canzoni vecchie e nuove si è concluso con l’irresistibile sequenza dei suoi hits storici: “Non diventare grande mai”, “La radio” e “Musica ribelle” Il bis finale è stato, invece, “Amore diverso”, con una coda che si è trasformata in “The lions sleep tonight”. Composta nel 1983 per la figlia Elettra affetta dalla Sindrome di Down, testimonia anche il suo legame con la Valle d’Aosta, in particolare Champoluc dove ha a lungo soggiornato, scritto canzoni e concepito Elettra (ha soggiornato a lungo anche a Gressoney). Grazie al cantautore valdostano Luis de Jyaryot, esiste, addirittura, una versione in patois della canzone. «Mi piacciono i luoghi di confine, in cui le culture si mischiano. Anch’io sono una persona di confine: mia madre è un’americana con origini tedesche ed irlandesi, mio padre era bergamasco ma parlava 5 lingue. Io stesso, oltre all’inglese, parlo il francese e il québécois, per cui capisco il patois».

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