L’ “AOSTA CITTA’ NECESSARIA” della strana coppia Gorret – Martinet

Enrico Martinet e Daniele Gorret
Enrico Martinet e Daniele Gorret

Copertina Aosta città necessariaSono trascorsi sessanta anni da quando Alberto Savinio (al secolo Andrea De Chirico, fratello di Giorgio) raccontava con entusiasmo Aosta nella sua rubrica “Finestra in Val d’Aosta” pubblicata sul “Corriere della Sera” e sul “Corriere d’informazione”. Fu, infatti, nel 1948 che questo ingegnoso musicista, pittore e letterato coniò la definizione di “Aosta città necessaria”. «Nessuna città quanto Aosta ha tanta ragione di città.- scriveva – È la madre. E come madre sta nel mezzo. Espande intorno tante braccia cave: le valli… I valdostani partono dalla madre. Vanno. … Ma tutto che fanno, tutto che sono, tutto che pensano… si sentono legati sempre alla madre … che in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione, per qualsiasi bisogno è pronta a riaccoglierli.» Da questo spunto di Savinio è partita la riflessione di due dei più noti scrittori valdostani, Daniele Gorret ed Enrico Martinet, nel libro “Aosta città necessaria” appena pubblicato da “Lliason editrice”. Attraverso percorsi distinti i due hanno restituito la loro immagine di Aosta, cercando di spiegare per quale motivo continuerebbe a essere necessaria. Ne “Il cielo di mezzo” Martinet ne racconta la “realtà capovolta” riflessa nel cielo che costituirebbe “la pianta urbana della città”. “Il cielo- scrive- è quanto di più conservativo esista nelle catastrofiche vicende dell’universo… Un tetto dura più d’un intonaco. Un’ovvietà che però mi ha portato a guardare più verso l’alto per conservare la memoria”. La prosa poetica piena di suggestioni di Martinet trasforma, così, Aosta in un luogo della mente sospeso nel tempo e nello spazio, che, grazie all’artificio del cielo, permette di “mescolare la realtà alla fantasia o declinare in fiaba un fenomeno.” “Più socio-antropologica e coi piedi ben piantati per terra” (come scrive nella prefazione Federica Giommi) è, invece, la riflessione di Daniele Gorret che tiene conto dei cambiamenti intercorsi, che, inevitabilmente, hanno fatto entrare in crisi le due dimensioni (l’assolutamente piccolo e l’universale) esaltate da Savinio. “La Val d’Aosta è un mondo.- scriveva, infatti- Dico bene: non una regione: un mondo. Quando una regione è così perfettamente racchiusa in sé, essa ha diritto al titolo di mondo.” La Rivoluzione dei Consumi (e dei Costumi) e la Globalizzazione hanno, però, fatto sì che questa idilliaca immagine sia da rivedere, anzi, come scrive Gorret, “da Martinet (by Gaetano Lo Presti) IMG_7998“ristrutturare” Gorret (by Gaetano Lo Presti) IMG_7841come si deve fare per uno dei nostri vecchi rascard se gli si vuole bene e lo si vuole salvare dalla distruzione”. Operazione non facile visto che, insieme ai suoi contorni fisici (“la città si è mangiata grandi aree verdi e ha cancellato la distinzione netta fra sé stessa e ciò che le stava attorno”), Aosta ha perso (o sta perdendo) alcuni suoi pilastri identitari: dalla vocazione industriale (dai “colletti blù” dello stabilimento siderurgico “Cogne” si è passati ai “colletti bianchi” degli impiegati regionali) all’alpinità (“Aosta non è più città di confine(e come tale da difendere anche manu militari) ma, se mai, città di passaggio tra parte e parte dello stesso superstato, l’Europa”). Come una vecchia signora adagiata sul lettino dell’analista, la città evidenzia, quindi, problemi di “troppo pieno” (ipertrofia di progetti e finanziamenti) ma anche di vuoto (“un’anima sempre più rinsecchita e malaticcia”). Perso l’”impeto” esaltato da Carducci e Savinio, sfumata la “Serietà verso il proprio Lavoro, la propria Funzione, le proprie Scelte (di esistenza, di campo, di senso)”, confuso il concetto di Autonomia (“è l’autonomia culturale l’autonomia vera, quella che ci renderebbe davvero liberi”), più che di freddi analisti Aosta avrebbe, secondo Gorret, bisogno di appassionati poeti (“alle malattie dell’anima non si addicono cure che l’anima non conoscono”) capaci di intuirne la storia intima distillandola in “sintesi esaltanti che ne mostrino la complessità e l’imbrication con la storia e la cultura del Mondo”. C’è bisogno di Diffidenza e Nostalgia, suggerisce lo scrittore. Il recupero della “fisiologica sanissima diffidenza contadina di chi sa che, essendo ruota piccola, può essere facilmente usato nell’ingranaggio grande” impedirebbe, infatti, di essere preda di tutti i venticelli. Ma, soprattutto, è necessaria una razionale e lucidissima “Nostalgia”, “unità di misura fra Passato Presente e Futuro… che permetta di opporsi al regno della Quantità e dell’Omologazione, recuperando l’orgoglio della Qualità e della Diversità”. Una perorazione bella e appassionata, quella di Gorret. Talmente lucida da essere perfettamente conscia che rimarrà inascoltata. “Ci assolve da qualsiasi rischio di retorica– conclude, infatti- la formidabile autorità del nostro sicuro fallimento”.

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