Così, ad Aosta, parlò RENZO ARBORE- Clarinettista jazz.

Immagine JPEG-16FC05E0F661-1.jpegGrazie a Renzo Arbore ed alla sua Orchestra Italiana la sera del 2 luglio il Teatro Romano di Aosta ha ospitato un altro monumento: la Canzone Napoletana. «E’ dal 2003 che è in corso il progetto di riconoscimento della canzone napoletana classica come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco», mi ha spiegato, infatti, l’ottantaduenne showman foggiano che tanto ha fatto per la sua riscoperta. «Ne parlavo proprio stamattina con Stefano Bollani, con cui probabilmente faremo dei programmi,ha continuato- ed abbiamo convenuto che le canzoni napoletane sono talmente belle che è stato un peccato che diverse generazioni le abbiano ignorate perché non ne avevano capito l’importanza. Quelle scritte tra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta sono state tra le più belle canzoni melodiche del mondo, e riscoprirle è diventata la mia mission. Finalmente, poi, lo scorso anno al Conservatorio di Benevento hanno aperto la prima cattedra sulla Canzone napoletana.» Progetto senza titolo.PNGCoi grandi solisti dell’Orchestra Italiana, fondata nel 1991, Arbore le ha rivestite di sonorità e ritmi rock, blues, country, reggae, cubani ed africani che ne hanno sottolineato l’universalità (cosicché, ad Aosta, nella scaletta si è inserita perfettamente la portogheseCanção do Mar” interpretata dalla bravissima Barbara Bonaiuti). «Oggi c’è la rete che è una risorsa straordinaria,- mi ha confidato- ed io la uso per esplorare la musica non di moda, quella musica popolare che non è stata scoperta internazionalmente o in Italia. Cerco, come si dice a Milano, di ravanare nell’inconsueto, come ho sempre cercato di fare nella mia vita.»Progetto senza titolo.PNGProgetto senza titolo copia.PNGE’ stata questa un’altra chiave per conquistare le platee di tutto il mondo: da New York a Mosca, dall’Australia alla Cina, dove nel 2007 ha spopolato. Per rimanere all’Italia, ha avuto successo anche nel profondo Nord, in città i cui tifosi intonano spesso cori come “Napoli colera, sei la rovina dell’Italia intera” o “Vesuvio lavali col fuoco”. «Ho fatto concerti a Varese, Mantova e Torino davanti a pubblici entusiasti. Recentemente siamo stati a Bergamo che è la patria di Donizetti che, ricordiamolo, ha scritto anche lui canzoni napoletaneDifficile, del resto, resistere ad una micidiale sequenza di gioielli come “Reginella”, “Maruzzella”, “Voce ‘e notte”, Guaglione”, “Dicintincello vuje” e “Malafemmena”. Legate, tra l’altro, a personaggi come Roberto Murolo, Renato Carosone e Totò di cui sullo schermo scorrevano le foto. Spezzoni video hanno ricordato anche le “malefatte televisive” di questo “new italian renaissance man”, come nel 1991, il grande Quincy Jones definì Arbore al prestigioso Montreux Jazz Festival. Progetto senza titolo.PNG«Nel mio biglietto da visita c’è scritto: Renzo Arbore, clarinettista jazz. È un po’ scherzoso perché ho solo un po’ di gusto a suonarlo, ma è quello che mi sarebbe piaciuto fare da grande. Il jazz mi ha, in ogni caso, insegnato l’improvvisazione. Una formula, che si rifà addirittura al dixieland, che ho portato anche nelle mie trasmissioni, sia in radio che in televisione. Scelto un tema, ognuno finiva per fare il contrappunto con assoli legati alla sua personalità. Un metodo al quale ho educato anche il mio amico Frassica, e, a suo tempo, Benigni e compagnia bella.» Progetto senza titolo copia 2.PNGIl suo gusto strumentale è venuto fuori quando si è messo al piano per cantare “Piove” di Modugno e “Mamma mi piace il ritmo” di Natalino Otto e, soprattutto, quando è passato al clarinetto per “Smorz’e lights”. Quel clarinetto cui ha dedicato una canzone che, a metà degli anni Ottanta, fece epoca. «E’ stato il rilancio della canzone umoristica che era ferma agli anni di Carosone.- ha sottolineatoLa leggenda dice che avevo vinto il Festival di Sanremo del 1986, ma io stesso ho accettato e goduto di essere arrivato secondo. Nel senso che ero molto invidiato in quel periodoLe malinconie legate al ricordo dello scrittore Luciano De Crescenzo, recentemente deceduto, si sono dissolte con la sequenza “Come facette mammeta” e “Catarì” che ha definitivamente staccato dalle sedie gli spettatori, coinvolgendoli in cori a squarciagola in “‘O surdato ‘nnammurato” (introdotta con “Everybody’s talkin’”) e balli per le sigle delle sue trasmissioni televisive, culminati nel trenino finale di “Cacao Meravigliao”. IMG_3614.jpgAl termine di tre ore di spettacolo ha trovato, infine, il tempo, per stringere la mano e ringraziare pubblicamente Guido Lamberti, che nel 1968, anche grazie a lui, aveva avuto un grande successo con “Ma che bella giornatae lo pseudonimo di Ugolino. «Insieme a “Vengo anch’io no tu no” di Jannacci lo lanciai io a “Per voi giovani”. Era formidabile, e mi sono sempre chiesto che fine avesse fatto. Con Boncompagni siamo stati i primi disk jockey italiani. All’epoca indicavamo quali erano i dischi buoni, adesso, con qualche rara eccezione, i dee jay sono diventati schiavi della playlist.»Progetto senza titolo 2.PNG

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