Il jazz giocoso di STEFANO BOLLANI

Il 5 dicembre 1972 è nato a Milano Stefano Bollani, compositore e pianista jazz , ma, anche, scrittore, conduttore radiofonico ed entertainer. Lo ricordo riproponendo un’intervista fattagli in occasione del concerto aostano del 3 agosto 2008 inserito in “Aosta Classica“.

Nell’ultimo decennio l’alter ego ideale di Enrico Rava, il jazzista italiano più famoso nel mondo, è stato il pianista Stefano Bollani. Al punto da fargli cambiare idea sui pianisti jazz che per un certo periodo Rava aveva snobbato a favore dei chitarristi. «Bollani– afferma il trombettista- è una persona molto intelligente, vivace e colta, con una memoria incredibile. È il migliore in assoluto, non oso immaginare cosa sarebbe se non buttasse tante energie nel fare l’entertainer». Basta, infatti, scorrerne il curriculum, per domandarsi dove Bollani trovi il tempo per fare, sempre ad alti livelli, anche lo scrittore (nel 2006 ha pubblicato “La sindrome di Brontolo”), l’intrattenitore ed il conduttore radiofonico (dal 2006 anima con Davide Riondino il programma “Dottor Djembè”). Per non parlare della famiglia (è il marito della cantante Petra Magoni). «Sono trasversale nell’arte e nella vita.– mi ha spiegato- Del resto da bambino sognavo di fare l’attore, il giocoliere, l’entertainer o il musicista: così da grande ne ho fatto la sintesi. Quando ho spiegato ad un giornalista che ne “La sindrome di Brontolo” c’erano cinque personaggi, lui mi ha detto: certo, sono cinque perché tu non riesci a vederti come un personaggio solo. E m’ha beccato: mettendoli, infatti, insieme viene fuori il ritratto di Bollani. Mi ero illuso di scrivere una storia inventata, invece quando si scrive si fa comunque autobiografia. Per anni ho anche patito questa cosa. Mi chiedevo: ma io sono un cabarettista? O un pianista? O un cantante? Alla fine credo di avere trovato un mio modo di stare sul palco e di rapportarmi con il pubblico». Tanto per non smentirsi quest’estate Bollani salterà, camaleontico, dal suo quintetto “I Visionari” al duo con il cantante Bobby McFerrin, da un concerto con l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ad uno con Caetano Veloso per presentare il suo ultimo Cd “Carioca” (che, evento storico per il jazz, questa settimana è al trentunesimo posto della Hit Parade). «Tutte queste attività sono per me linfa vitale da cui traggo le motivazioni per fare altre cose. Il bello della vita che sto conducendo è che gli impegni mi assorbono a tal punto che mentre suono la “Rhapsody in blue” non posso pensare che il giorno dopo incontrerò Caetano Veloso. E questo mi permette di concentrarmi sul presente che è la sola cosa che esista davvero». Una “vita spericolata” che, a suo modo, ricorda gli eccessi dei grandi del passato. «Abbiamo tanti esempi di artisti che si sono messi in testa che per essere creativi aiutava il drogarsi o l’avere mille donne o la cirrosi epatica. Io vorrei avere una vita normale, ma mi rendo conto che l’attrazione verso tutto il resto è forte. E sono disposto a rischiare pur di stare sulla stessa strada di Dexter Gordon e Charlie Parker». Il lato giocoso del pianista si riflette nell’approccio col jazz che rispolvera un filone che negli ultimi anni sembrava essersi perso. «Io credo, invece, che quel filone esista ancora, sia vivo e lotti insieme a noi. Vanno bene Keith Jarret e Brad Meldhau, ma, anche, persone che giocano con la musica come Django Bates o Misha Mengelberg. Anche perché il jazz è nato come musica popolare d’intrattenimento che si ballava ed ascoltava nei bordelli. Adesso, invece, che è riuscito ad entrare alla Scala ecco che tutti stanno zitti ad ascoltare». Cosa suonerai ad Aosta con Rava? «Pescheremo dal repertorio di questi dodici anni di sodalizio, con in più qualcosa dell’ultimo Cd che abbiamo registrato a febbraio negli Stati Uniti. Per il resto improvviseremo in base agli stimoli della situazione. Quando improvviso nella mia testa si forma, nolente o volente, una struttura dentro la quale gioco. E’ come se mi costruissi ogni volta una gabbietta, dalla quale mi diverto a trovare un sistema per scappare». Pur avendo 35 anni, i referendum continuano a vederti ai primi posti fra i nuovi talenti e i giovani pianisti. Sorge, quindi, spontanea la domanda: cosa vuoi fare da grande? «Visto che ormai sembrano non esistere le vie di mezzo, preferisco continuare a fare la brillante promessa piuttosto che diventare una tragica realtà».

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