Il languoroso canto di OMARA PORTUONDO: da Cuba “para el alma divertir”

La prima cosa che mi colpì di Omara Portuondo fu la “cebolla”(cipolla). Quel suo chignon alto, lussureggiante come la natura di Cuba, l’“isla grande” dov’è nata il 29 ottobre 1930. A renderlo ancora più imponente contribuiva una statura che dalle sue parti vale ad Omara l’appellativo di “pedacito de mujer (pezzo di donna)”. Poi la sentii cantare, e dimenticai la cebolla, l’età, l’altezza e, perfino, l’improbabile vestito di lamé bluette che indossava il 22 ottobre 2001 sul palco del “Giacosa” di Aosta per lo spettacolo inaugurale della “Saison Culturelle”. E quando accennò, sinuosa, dei passi di rumba, sembrò, addirittura, “la más sexy”, come, durante la serata, la definirono più volte i bravissimi musicisti, una dozzina, che l’accompagnarono in quell’unica data italiana della sua tournèe mondiale.

“El local es pequeñò, ma el corazon del publico muy grande” ripetè lei, felice d’essere riuscita a schiodare quei valdostani così compassati dalle poltrone, facendoli “gozar de una manera espantosa” con boleri, son, cha-cha-chà, rumbe e mambi. Musica, la sua, fatta apposta “para el alma divertir”. «Il mondo è sempre più in uno stato di stress e tristezza.- mi aveva detto prima dello spettacolo- La musica cubana è proprio quello che ci vuole per rilassare e far ritornare il sorriso. Specialmente quella dei miei tempi, che ha fatto riscoprire un modo “old-fashioned” di suonare e cantare.» Quella, per intendersi, del progetto “Buena Vista Social Club”, di quei nonnini cubani, cioè, impastati di “musica, tabaco y rum” che nel 1996 avevano conquistato il mondo con un cd prodotto da Ry Cooder e nel 1999 con un film-documentario girato da Wim Wenders. Di quell’avventura Omara è stata l’unica donna, ritagliandosi un cammeo indimenticabile con il bolero strappacuore “Veinte Años”. “Fui la ilusion de tu vida un dia lejano ya” vi canta con una voce languorosa che, come tutti gli amori finiti, è “recuerdo” e “soledad” (solitudine). «L’ho imparata da bambina perché me la cantavano i miei genitori.- ricordò- Dopo cena, mio padre faceva la prima voce e mia madre armonizzava mentre lavava i piatti. E’ una delle mie favorite perché mi ricorda l’infanzia

Inevitabilmente si parlò della fragranza musicale della Cuba pre-Castro, che sarà pure stata il “bordello d’America”, però… «Ricordo quando a metà degli anni ’50 con il Cuarteto Las D’Aida facevamo da spalla a Nat King Cole al “Tropicana” dell’Avana. Noi finivamo cantando “Blue Gardenia” e, poi, sfumando, lo annunciavamo. Allora lui cominciava a cantare senza musica, e noi ci chiedevamo come diavolo facesse a cantare così bene senza accompagnamento. Qualche anno prima al “Saint-Souci” avevamo, invece, lavorato con Edith Piaff.» Vennero, poi,  la rivoluzione, il “bloqueo” americano, l’autarchia culturale. Ma, forse, è proprio grazie a questa che la musica cubana ha conservato quella dimensione umana cui si deve la sua attuale fortuna. «E’ musica fatta da uomini per altri uomini.– confermò Omara- che della festa può esprimere l’energia, ma anche la nostalgia.» Per interpretarla “devi avere pianto, riso, sognato, vissuto. Devi avere un’anima chiara come il sole d’oriente”. Lo ha scritto Ruben Blades. E, forse, pensava a lei.

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