STANLEY KUBRICK: la fotografia come studio sociologico o parabola

1 stanley-kubrick-self-portrait

1509242_10205804227612704_7779353461258883461_nGenio precoce, il regista Stanley Kubrick (New York, 26 luglio 1928 – Harpenden, 7 marzo 1999) non era tipo da sprecare entusiasmi. Un compagno di scuola ricordava, infatti, che il piccolo Stanley gli chiedeva di fargli copiare i compiti per non dover “perdere tempo” a impegnarsi in qualcosa che non lo appassionava. Quando, però, scoccava in lui la scintilla finiva per dare pienamente ragione alla madre che andava ripetendo che nella vita avrebbe potuto fare qualsiasi cosa.

1 Kubrik P1000224

Anche l’essere diventato uno dei più grandi registi della storia è, in fondo, frutto di un entusiasmo: quello suscitatogli dal regalo di una macchina fotografica Kodak Monitor 620 fattogli dal padre per il suo tredicesimo compleanno.

Il suo sogno di diventare fotoreporter si concretizzò quattro anni dopo, grazie ad un’altra scintilla: quella che gli scoccò il 13 aprile 1945 dinanzi a un’edicola che esponeva le prime pagine dei quotidiani che riportavano la notizia della morte, avvenuta il giorno prima, del presidente Franklin Delano Roosevelt. Pensando già da regista “inventor of facts”, il ragazzo “costruì” una foto convincendo l’edicolante ad assumere un’atteggiamento triste appropriato alla situazione. Il risultato colpì Helen O’Brian di “Look”, che gliela pagò 25 dollari, pubblicandola sul magazine.

872fshow-barker-was-probably-taken-in-coney-islandIniziò, così, la carriera di fotografo di Stanley Kubrick che durò fino al 1950 concretizzandosi in 20.000 negativi attualmente custoditi dalla Library of Congress di Washington e dal Museum of the City of New York. Su questo enorme tesoro si basa il libro “Stanley Kubrick- Drama & Shadows: Photographs 1945-1950” di Rainer Crone che ha raccolto alcuni degli scatti della Rolleiflex con cui il regista documentò la vita quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra.

Si tratta, in realtà, di veri e propri studi sociologici che provano ad andare oltre e dietro la realtà, presentandola, spesso, con lo stesso gusto per il paradosso e l’ambiguità che saranno una delle cifre della sua opera. «Ho sempre pensato che un’ambiguità credibile, davvero realistica, costituisca la migliore forma di espressione», ebbe a dire al riguardo il regista.

1 Kubrik P1000258Ne è un esempio la scena d’amore fotografata nella stazione della metropolitana vicina al Museo di Storia Naturale alla quale un corpo steso per terra conferisce un effetto alienante e drammatico.  Come pure, nella serie dedicata sl circo della famiglia Ringling, la foto dell’uomo col cappello che parla mentre alle sue spalle un equilibrista sfida le leggi della gravità come qualche anno dopo faranno gli astronauti di “2001: Odissea nello spazio”.

1 KUBRIK OK P1000270Ma per raccontare le sue storie Kubrik non si è spesso limitato a catturare un’immagine, scattandone una serie da leggersi come una successione di fotogrammi.
Una visione innovativa, la sua, legata anche al metodo del magazine “Look” caratterizzato da una narrazione che richiedeva che i soggetti fossero costantemente seguiti e fotografati in vari momenti e situazioni.

kubrick-fotografo-7Ecco, quindi, le “speranze, disperazioni ed abitudini” degli spettatori di una corsa di galoppo. O la quotidianità di una stella nascente come Betsy von Fürstenberg. O, ancora, il lato nascosto di due miti come il pugile Rocky Graziano o l’attore Montgomery Clift.

Comune a tutte le sue foto è, come scrive Crone, “la ricerca del momento narrativo nel singolo scatto, del momento espressivo all’interno di una sequenza fotografica.” Fu cercando di amplificare questa emozione che, inevitabilmente, nel 1950, Kubrik girò il suo primo cortometraggio “Day of the fight” su Walter Cartier, un pugile fotografato poco tempo prima.
 Fu l’inizio dell’esaltante carriera che lo avrebbe portato ad essere tra i grandi della cinematografia mondiale.

1 Kubrik P1000248

1 Kubrik P1000240

2 responses to STANLEY KUBRICK: la fotografia come studio sociologico o parabola

  1. Claudia says:

    Bellissimo post! …particolarmente interessante per me che amo la fotografia e ignoravo questa attitudine di Kubrick… Gradevolissimo anche il filmato 🙂

Rispondi