A New York ha studiato teoria del colore, in Valle d’Aosta sta vivendo la pratica del dolore. Lei è la settantenne valdostana Daria Covolo che il 20 gennaio ha inaugurato la mostra di sedici suoi collage digitali nella Saletta d’Arte di Via Xavier De Maistre, ad Aosta. Emblematico il titolo: “Il mio coraggio. Un cammino verso la catarsi”. «Ho usato il termine catarsi– mi ha spiegato- proprio perché indica il processo che permette l’espressione delle emozioni controllate, bloccate o nascoste, a cui segue una riduzione della tensione emotiva, che produce sollievo e miglioramento. Quando lavoro sui miei collage, inconsapevolmente affiorano le mie paure e ansie rispetto al mio futuro incerto e queste si trasformano in colori, in immagini dal subconscio che leniscono la pena».
Pena legata alla malattia neurologica che le impedisce di camminare, non di creare. Manifestatasi nel 2021, ha creato una sorta di straniamento che ha prodotto il quadro “Non So Chi Sono”. «Quando ho creato quest’opera ero confusa, mi sentivo diventare “altro da me”, non mi riconoscevo più e non avevo ancora interiorizzato l’enormità dei cambiamenti che avrei dovuto affrontare».
Da allora la voglia di libertà di Daria si è, inevitabilmente scontrata con barriere. «Purtroppo non posso camminare nella neve, in montagna, sulla spiaggia, stendermi sull’erba, sulla sabbia al sole perché c’è sempre una carrozzina di troppo. E poi, sfogliare un giornale, tenere un libro tra le mani, addentare una fetta di anguria, rossa e succosa senza avere paura di strozzarmi. Per fortuna ci sono il Kindle, il computer, il cellulare e sempre qualcuno che amorevolmente mi accompagna, spinge la carrozzina, taglia la frutta a pezzetti per me».
Ancor più che la paralisi, iper Daria handicap è non potere più vagabondare in giro per il mondo come aveva intensamente fatto per quasi un ventennio quando aveva seguito Faustino, un fascinoso madrileno, in Spagna, a New York, (dove, sposatasi, aveva iniziato la sua formazione artistica al Parsons School of Design ed all’Art Student’s League) , e, ancora, a Ginevra e Roma «Finché mi accorsi di aver perso la mia identità, o, forse, finalmente la trovai. Per cui divorziai e, nel 1996, ritornai in Valle».
Stando al titolo di un’altro dei quadri in mostra, si può dire che sei sempre stata una pellegrina in cerca di luce? «No no… Senza false modestie, sono sempre stata io una portatrice di luce. E lo sono ancora a giudicare dai commenti positivi e affettuosi che ricevo ogni giorno».
Provi ancora passioni? Hai speranze? «La mia nuova forma di creare è diventata la mia passione, forse addirittura un’ossessione. Da quando mi sono ammalata, tutte le mie percezioni e sensazioni si sono amplificate: i sentimenti, gli stati d’animo, l’attenzione, la memoria, le risate irrefrenabili, i singhiozzi. Non nutro false speranze di guarigione, sono ormai consapevole della mia situazione, ma certamente provo ancora speranze: nei giovani, nell’arte, la bellezza, la musica, la letteratura, la natura. Molti miei quadri sono dedicati al sogno, alla fantasia e alla speranza, all’illusione di poter in qualche modo scappare da una nuova e inaspettata realtà, troppo difficile da accettare. Raccolgo immagini e fotografie che mi ispirano e le rielaboro con Photoshop. Aggiungo e tolgo livelli, li sposto, li modifico, ritorno da capo e così via… fino a che ogni elemento si ritrova, per me, nel suo giusto posto, insieme agli altri. Mi piace assemblare forme, colori, oggetti, luoghi, persone, dopo averli separati dal loro contesto originario, e trovare un senso alla composizione».
Daria ha assemblato molte persone anche all’inaugurazione della mostra. L’hanno circondata con affetto, sorrisi e qualche lacrima. Con in più la musica di Livia Taruffi e Remy Boniface (che per lei hanno realizzato, con Maria Vassallo, un video).
Le hanno cantato anche “Il senso delle cose” di Cristina Donà. ”Il senso delle cose si nasconde dietro alle persone. Il senso delle cose si racconta con parole silenziose”.
Il senso delle cose si ritrova, a volte, anche nell’epicità dei miti. «Hai un coraggio granitico che si potrebbe scolpire e mettere nel frontone del Partenone di Atene dove i giganti lottano con gli Dei– ha concluso l’amica Anna Ugliano– Perché gli Dei conoscono solo il sorriso ed hanno lasciato tutto il dolore a noi. Abbiamo bisogno di un poeta come te che sappia trasformare il dolore in Bellezza, in opera d’Arte, in Poesia. Grazie Daria!».
La mostra, ad ingresso libero, durerà fino a domenica 4 febbraio con orario 15-19.30 (nei giorni della Foire 11-19.30).






