Teatro

Ad Aosta l’illusione de “La grande Magia” di Eduardo De Filippo evoca la fake realtà dei giorni nostri.

Quando, nel 1948, debuttò, “La grande Magia” di Eduardo De Filippo fu accolta da un coro di disapprovazione.
Abituato alle sue aggrazziate commedie comiche, il pubblico fu disorientato da un’opera nella quale illusione e realtà si confondevano. Negli anni della fake realtà, sta, invece, proprio in questo la grande attualità della commedia che la sera del 10 febbraio è stata riproposta al Teatro Splendor di Aosta nell’ambito della Saison Culturelle.

«Questa commedia riguarda molto la virtualità dei giorni nostri», conferma Natalino Balasso, vulcanico attore, comico e scrittore veneto. Nei panni del gelosissimo Calogero Di Spelta duetta con Michele Di Mauro, che, come mago Otto Marvuglia, durante un gioco di illusionismo, fa sparire sua moglie Marta, convincendolo di averla intrappolata in una scatola che l’uomo potrà aprire solo se convinto appieno della sua fedeltà.

«Al debutto De Filippo si riservò il ruolo più poetico di Di Spelta, salvo interpretare il mago, definito “propagandista dell’illusione”, nella versione televisiva del 1964. Perché avesse successo bisognò, però, aspettare la versione che nel 1985 Giorgio Strehler allestì al Piccolo Teatro di Milano che riuscì a rendere giustizia al lavoro. Con un testo pieno di simbolismi, Eduardo voleva staccarsi dalle sue vecchie commedie partenopee, cercando una affermazione che andasse al di là dei confini nazionali. Ma gli spettatori quando vanno a teatro hanno aspettative che, come fu in questo caso, possono andare deluse. Edoardo usò spesso il simbolismo del mare per parlare del Teatro. Alla fine del secondo atto il mago Marvuglia fa credere a Di Spelta che al posto del pubblico ci sia il mare, e racconta che una volta aveva tentato di tuffarsi in mare aperto, ma mille mani lo avevano respinto verso riva. A simboleggiare, probabilmente la sensazione di Eduardo di non essere accettato dal mondo del Teatro».

La commedia è un omaggio all’arte dell’illusione che è il Teatro, che, come i trucchi degli illusionisti, sulla scena fa vivere una finzione che sembra realtà. Alla fine però i ruoli si ribaltano ed è Di Spelta, magistralmente interpretato da Balasso, a spingere il gioco fino al limite massimo diventando lui Il giocoliere più importante. Nega, quindi, la ricomparsa della moglie fredifraga e che la scatola sia vuota (“In questa scatola c’è la mia fede”). E stringendola al cuore conclude: “Chiusa! Chiusa! Non guardarci dentro. Tienila con te ben chiusa, e cammina… e forse troverai il tesoro ai piedi dell’arcobaleno, se la porterai con te ben chiusa, sempre! “

«Per alcuni il lavoro si ispirò a Pirandello,– nota Balasso- ma, secondo me, c’è un tocco di surreale, che sembra anticipare i lavori dell’assurdo di Beckett e Ionesco».

Il surreale è il fil rouge della carriera di Balasso, che, dopo aver acquisito notorietà nazionale grazie a trasmissioni televisive come “Zelig”, ha approfondito le sue tematiche grazie al Teatro ed alla sperimentazione di nuovi format video nel canale YouTube “Telebalasso“.

«Credo che raccontare realtà parallele e vedere la vita dal punto di vista del sogno ci aiuti a capire molto di ciò che di surreale c’è nella vita. Quando ho fatto “Aspettando Godot” ho riflettuto sul come ci sia molta più realtà in quei testi assurdi che nei discorsi pubblici che sentiamo nella vita normale. La raccolta “Cantata dei giorni dispari” di cui fa parte “La grande Magia” esplora questo confine, perché secondo Eduardo: “oggi il modo migliore per parlare della tragedia quotidiana è la commedia”».

In passato i rapporti di Balasso con la Valle d’Aosta sono stati frequenti grazie ai fratelli Calì. «Ho lavorato molto con loro perché mi chiamavano per partecipare a spettacoli che organizzavano. E’ un po’ che non ci vediamo, ma i Calì sono rimasti nel mio cuore».

Natalino Balasso coi Fratelli Calì


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