Teatro

Quando lo “scavalcamontagne” GLAUCO MAURI arrivò ad Aosta

Era il gennaio 1993, e Glauco Mauri arrivò al Giacosa di Aosta per portare alla Saison CulturelleTutto per bene” di Pirandello.

Da vero “scavalcamontagne”, come si definì prima della recita. Uno degli ultimi.

«Io credo che il teatro vada portato in giro.– mi disse- Però con la massima serietà: bisogna, cioè, prepararlo fin dall’inizio in modo da poterlo portare anche in teatri piccoli come quello di Aosta senza togliere personalità allo spettacolo. La cosa migliore sarebbe stare fissi in un posto per 3-4 mesi, ma è giusto che il teatro arrivi anche a Caltanissetta, Macomer e Pontebba. Siamo rimasti in 3 o 4 attori ad avere il coraggio di gestire direttamente una Compagnia, gli altri hanno tutti degli impresari dietro».

In queste sue peregrinazioni è un’habituè di Aosta, se non sbaglio è la quinta volta. Che idea si è fatta della piazza di Aosta, lei che ha detto: “il miglior dialogo col pubblico non ce l’ho quando mi applaude, ma quando mi ascolta”?”

«Il pubblico di Aosta mi sembra un buon pubblico, un pubblico che ascolta».

Lei ha detto che l’attore inevitabilmente, essendo interprete, mette dentro il personaggio qualcosa di se stesso. Cosa c’è di suo in Martino Lori, il protagonista della commedia di stasera?

«Credo che quello che è importante è essere interpreti. L’attore mostra più o meno istrionicamente dei personaggi, l’interprete cerca, invece, di scoprire nel personaggio anche quelle cose che possono essere sfuggite all’autore. Perché a volte il personaggio è così ricco che acquista una vera indipendenza. Ad esempio il giovanissimo Toscanini, dovendo interpretare i 3 pezzi sacri di Verdi, fece sentire al compositore un passagio che lui voleva fare diversamente da come l’aveva scritto. E Verdi disse che andava bene. “Ma lei ha scritto così?”, osservò Toscanini. E Verdi: “E gli interpreti cosa ci stanno a fare?”. L’interprete non deve fare una ricostruzione archeologica o rivisitazione storica, ma, piuttosto, cercare di trovare quei temi dell’opera che ancora oggi possono interessare. La mia più grande gioia fu quando, facendo l’Orestea a Parigi con Ronconi, alla fine dello spettacolo Luis Aragon mi disse: “E’ il primo attore che sento che fa parlare la tragedia, immergendola nella società di oggi”».

Lei, che pure nel 1949 ha frequentato l’Accademia d’Arte drammatica, si è spesso pronunciato contro le scuole che “livellano la personalità umiliando la fantasia”, asserendo che “la scuola migliore sia quella del continuo apprendistato sul palcoscenico”. A quali scuole si riferiva?

«E’ necessario l’artigianato, il lavoro. Non basta la fantasia, l’entusiasmo e la sensibilità, occorre la tecnica. Oggi in ogni città che vado c’è una Scuola di recitazione, mi chiedo a che servono tutti questi insegnanti. Bisogna avere un insegnamento maieutico per tirare fuori quello che uno ha dentro senza imporre nulla. Oggi invece si fanno tanti stampini».

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