“Soldi, così dicono, sono la radice di ogni male, oggi”. Con “Money” dei Pink Floyd, ballata da tutta la compagnia, si è conclusa la versione de “L’avaro” di Molière del regista Luigi Saravo che la sera del 24 gennaio è approdata al Teatro Splendor di Aosta, nell’ambito della Saison Culturelle.
Insieme ai vestiti anni Settanta, agli smartphone (con relativi selfie) ed agli spot pubblicitari proiettati sul fondale, la musica rock ha proiettato l’opera, rappresentata per la prima volta al Palais-Royal di Parigi il 9 settembre 1668, in una dimensione contemporanea. Attualissime, del resto, continuano ad essere le ipocrisie della società su cui Molière ironizzò affrontando temi universali come l’amore, i rapporti familiari e, soprattutto, il denaro. Solo che nell’attuale società capitalista l’avarizia potrebbe trasformarsi quasi in pregio. «Nella nostra contemporaneità orientata al consumo il gesto conservativo e immobilista di Arpagone suona come sovversivo, in netta opposizione alla tirannia consumistica.- ha spiegato Saravo- Non voglio dire che Arpagone sia un eroe positivo mosso da una spinta ideologica, ma con la sua attitudine si pone senz’altro in opposizione all’economia capitalistica novecentesca».
Nella commedia il vecchio vedovo Arpagone è “un umano senza umanità”, talmente ossessionato dal denaro da anteporlo ai figli («L’avarizia di nostro padre ci costringe a morire lentamente»). Cerca, quindi, di far fruttare anche il matrimonio che vorrebbe combinare tra la figlia Elisa (Elisabetta Mazzullo) ed il ricco, ma vecchio, Anselmo (Cristian Giammarini) che accetterebbe la ragazza anche senza dote. Lei è, però, innamorata del giovane e squattrinato Valerio (Fabio Barone). A complicare l’intreccio c’è il figlio Cleante (Stefano Dilauro) che si innamora della giovane Marianna (Rebecca Redaelli) sulla quale Arpagone ha mire matrimoniali con l’aiuto della mezzana Frosina (la brava Mariangeles Torres), «capace di far sposare Satana con l’Arcangelo Gabriele». Ne nasce un irresistibile gioco di equivoci che culmina con il ribaltamento finale di tutte le carte in tavola che ruota sul disvelamento di chi sia veramente Anselmo.
Il mattatore della serata è stato naturalmente Ugo Dighero (aiutato dalle origini genovesi?), con il suo perfido Arpagone che culmina nell’istrionica performance nel celebre monologo che segue il furto della cassa dove nasconde il denaro da parte del servitore Freccia («che campo a fare senza di voi soldini miei»). L’affannosa ricerca di recuperare le banconote che nel finale piovono sul palco conferma che, come ha concluso Saravo (che compare in scena nelle vesti del Commissario che indaga sul furto): «I personaggi che si muovono intorno ad Arpagone sono a lui sottomessi dal vincolo economico. Per dirla con Voltaire: gli uomini odiano coloro che chiamano avari solo perché non ne possono cavar nulla».
“L’avaro” è la prima interpretazione di un grande classico per il sessantacinquenne Dighero che nella sua carriera si è fatto apprezzare alternando con disinvoltura ruoli leggeri e drammatici, passando dai Broncoviz con Maurizio Crozza all’interpretazione di Padre Puglisi in “Mille giorni a Brancaccio”, dalla Gialappa’s Band di “Mai dire gol” a “Un medico in famiglia e “Blanca”.





