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Ad Aosta tutto è diventato Gipsy con Danilo Rossi e The New Gipsy Project

«Tutto può diventare Gipsy». Parte da questa convinzione il progetto che la sera del 9 aprile ha visto il violista Danilo Rossi esibirsi sul palco dello Splendor di Aosta con il The New Gipsy Project.

Allievo di violisti come Piero Farulli, Dino Asciolla e Yuri Bashmet, Rossi è stato per 36 anni prima Viola Solista del Teatro alla Scala. Anzi “la primissima Viola” come l’ha definito il celebre direttore d’orchestra Zubin Metha. Uno dei tanti grandi Maestri che lo hanno diretto in questi anni (a sceglierlo, quando aveva vent’anni, fu Riccardo Muti).

Aa dispetto, però, di un curriculum classico di tutto rispetto, una curiosità musicale smisurata ha portato il cinquantanovenne forlivese a sconfinare in altri generi: dal jazz (ha collaborato con Paolo Fresu, Stefano Bollani, Jim Hall e Bobby McFerrin) al pop (ha suonato pezzi dei Pink Floyd e con Ian Anderson dei Jethro Tull). Per non parlare delle collaborazioni con attori come Ascanio Celestini, Angela Finocchiaro, Marco Paolini, Gene Gnocchi e Giobbe Covatta.

«D’altronde vengo dalla tradizione del liscio, perché nella mia Romagna a 14 anni suonavo da ballo– ha raccontato- Essendo, poi, stato tante volte in Ungheria e in Romania, avevo visto questi straordinari suonatori della tradizione Rom, per cui mi ero ripromesso di suonare con qualcuno di loro».

Aspirazione concretizzatasi con l’incontro con Marian Serban (cymbalom), Nelu Batalu (fisarmonica) e Nicolae Petre (contrabbasso). Tutti rumeni nati da famiglie di musicisti Rom e pieni di esperienze musicali accumulate nelle più disparate situazioni, confluite in Italia nel quartetto Taraf de Metropulitana e nell’Orchestra di Piazza Vittorio. Sono, tra l’altro, membri stabili della Moni Ovadia Stage Orchestra.

Col nome di The New Gipsy Project hanno suonato con Rossi sul palco dello Splendor, diplomandolo “zingaro ad honorem”.

«Il progetto– ha spiegato Rossi- nasce dall’idea di unire la tradizione musicale zingara con il repertorio di grandi compositori romantici e contemporanei, come Brahms, Dvorak, Bartok ed Enescu, che si sono ispirati alla musica folk e tradizionale gitana. E poi ci sono i pezzi degli autori Rom di cui non esistono le parti scritte, per cui non è stato per niente facile studiarli».

Ma siccome «tutto può diventare Gipsy», si sono ascoltati adattamenti del “Libertango” di Piazzola o di brani swing.

Tutti suonati con abilità virtuosistica e tempi mozzafiato. Quasi a confermare la frase che vezzosamente Rossi ripete sul palco: «dei quattro il più scarso sono io».

Ha pure raccontato l’aneddoto del loro primo incontro a casa sua, quando per diffidenza aveva chiesto alla moglie di far sparire l’argenteria. «Durante la cena mi sono ricreduto. Lo hanno fatto anche loro, che, quando sono andati via, si sono detti: però, questo italiano non è per niente un mafioso».

Il messaggio positivo del progetto è, infatti, l’invito ad andare oltre gli steccati e i pregiudizi. «Non bisogna aver paura di chi è diverso da noi,- ha concluso Rossi- perché le differenze nella musica, come nella vita, sono un valore».

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