C’ERA UNA VOLTA (5) Gli stage estivi in Valle d’Aosta dell’ORCHESTRA GIOVANILE ITALIANA

La musica italiana di domani avrà i loro occhi, le loro mani, la loro sensibilità”. Lo scrivevo all’inizio del millennio a proposito del centinaio di giovani musicisti che, tra il 1996 e il 2005, ogni estate venivano ad Aosta per l’annuale stage estivo dell’ Orchestra Giovanile Italiana(OGI). E’ stata una facile profezia, perché molti di loro sono effettivamente diventati dei protagonisti della scena musicale attuale. Come la  fiorentina Lorenza Borrani, per esempio. Quattordici anni, soavemente bionda, quando nel 1997 le feci una delle sue prime interviste, Lorenza suonava già benissimo il violino ed amava la Nutella ed il mare. «Con quelli del quartetto si va sempre in vacanza insieme all’isola d’Elba», confessò. Il quartetto d’archi in questione aveva un nome quanto mai azzeccato: ”Eine Kleine”. L’età media dei componenti (oltre a Lorenza, Paolo Lambardi, Stefano Zanobini ed Andrea Landi) era, infatti, di appena 16 anni. Quando suonavano, però, bastava chiudere gli occhi per dargliene molti di più. Stupefacente fu la prova di maturità interpretativa offerta il 29 agosto 1997 alla Biblioteca di Viale Europa in un programma che, oltre ad Haydn e Beethoven, comprendeva il “Langzamer Satz” di Webern, l’addio struggente ad un’epoca scritto nel 1905 alle soglie della dissoluzione tonale. Il miracolo si ripetè qualche giorno dopo con il “Quartetto Klimt” (con Edoardo Rosadini, viola; Alice Gabbiani, violoncello e Matteo Fossi, pianoforte) e l’acme emotivo dell’ “Andante cantabile” del “Quartetto op.47” di Schumann. Con Lorenza che passò con estrema naturalezza da un autore all’altro, da un clima emotivo all’altro. Il suo virtuosismo aveva, del resto, già incantato spettatori illustri come Uto Ughi ed il Presidente della Repubblica Scalfaro. Talento naturale? «Piuttosto anni ed anni di duro lavoro», aveva precisato il Maestro Piero Farulli, creatore della Scuola di Musica di Fiesole nella quale Lorenza era cresciuta. «Sono sempre a scuola di musica», ammise Lorenza. E gli scroscianti applausi finali sembrarono solo il pretesto per poter continuare a suonare con l’alibi dei bis. “Bella siccome un’angelo”, Lorenza “la Magnifica”, qualche anno dopo, conquistò anche gli spettatori aostani che il 28 luglio 2001 affollarono il teatro “Giacosa” di Aosta  per il concerto finale dell’Orchestra Giovanile Italiana diretta dall’allora ventottenne svizzero d’origine armena Luc Baghdassarian. Il lirismo, l’esuberanza, gli impeti virtuosistici del “Concerto per violino” di Mendelssohn trovarono, infatti, nella bionda toscana l’interprete ideale. «Quando suona Lorenza ci si dimentica dell’orchestra», esclamò, alla fine, una spettatrice. Quando suonava sul suo volto c’era la stessa gioia selvaggia che illuminava un po’ tutti i ragazzi dell’OGI susseguitisi in quegli anni: dal violista Edoardo Rosadini all’eterea flautista Ninoska Petrella, dal violinista Marco Scalvini alla contrabbassista livornese Anita Mazzantini, dai valdostani Joel Imperial (viola) e Fancesco Parini (trombone) allo spiritato oboista aretino Nicola Patrussi. Oltre all’indubbia bravura strumentale, quest’ultimo si segnalò, infatti, per l’irresistibile mimica facciale con la quale sottolineava i passaggi musicali durante i concerti. Un incrocio tra Totò e Marty Feldman che trovò molti estimatori nel pubblico aostano. Diplomatosi nel 1994 al Conservatorio di Firenze, Nicola studiava canto e prediligeva la musica del ‘900. «Al di là delle barriere dei generi musicali, amo con parsimonia tutta la musica di qualità.- mi confessò- Adoro, per esempio, Fabrizio De Andrè perché penso che la sua musica sia molto contestuale alle bellissime parole». E già, perché la musicalità di quei ragazzi non si limitava alla musica classica. Se ne accorsero anche i frequentatori di “Papà Marcel”, il locale aostano divenuto abituale punto di ritrovo notturno dei giovani musicisti, al punto che per alcuni anni divennero l’ “Orchestra di Papà Marcel”. Formidabili quegli anni per Aosta, che grazie a  questi ragazzi per qualche settimana  si trasformava in una vera e propria Università della Musica, acquistando quel respiro culturale europeo troppo spesso evocato solo a parole dai responsabili culturali locali. Grazie all’opera appassionata di docenti del calibro di Piero Farulli, Amedeo Baldovino, Milan Skampa molti aostani scoprirono il fascino discreto della musica da camera e la grande lezione dei quartetti e quintetti pressocchè scomparsi dai programmi concertistici locali. Grazie a direttori come Faja, Globokar, Pinzauti, Inbal, Ferro, Gatti e Berio si potè risentire ad Aosta un’orchestra sinfonica degna di tale nome con una pienezza sonora ed una precisione da veterani e l’entusiasmo e la freschezza di chi non conosce la routine. «Giovani strumentisti che si ascoltano, si appassionano e si divertono proprio come se stessero suonando in un grande quartetto», fu il commento, quanto mai azzeccato, di Pinzauti. Una stagione indimenticabile, purtroppo avvelenata, a livello locale, da meschine  polemiche sui costi dell’ospitalità dei ragazzi  (ridicole, visto quel che in Valle è successo dopo) che, però, alla lunga influirono sulla fine dell’esperienza.

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