Teatro

Standing ovation ad Aosta per il NO alla violenza sulle donne di AMBRA ANGIOLINI in “OLIVA DENARO”

Giusto 60 anni fa, il 26 dicembre 1965, la diciassettenne Franca Viola venne rapita ad Alcamo da Filippo Melodia, che la sequestrò per otto giorni, sicuro che compromettendola l’avrebbe, come si usava all’epoca, sposata. I genitori di Franca, fingendo di accettare le nozze riparatrici, lo fecero arrestare, e la ragazza, rifiutando il matrimonio riparatore, lo fece condannare ad 11 anni di reclusione. Divenne, così, un simbolo dell’emancipazione delle donne italiane. Dalla vicenda ha preso spunto il romanzo di Viola ArdoneOliva Denaro”, il cui adattamento teatrale curato da Giorgio Gallione con Ambra Angiolini è stato messo in scena la sera del 13 febbraio al Teatro Splendor di Aosta per la Saison Culturelle.

Lo spettacolo era sold out, anche perché protagonista era la stessa Ambra Angiolini, che a soli 47 anni si ritrova alle spalle una lunghissima carriera piena di successi ed esperienze variegate. Dopo gli inizi televisivi di “Bulli e pupe” e “Non è la Rai”, è stata, infatti, cantante, conduttrice televisiva e radiofonica, scrittrice ed attrice, cinematografica e teatrale. Dopo l’esordio con la commedia “Menecmi” di Plauto, nell’estate del 2000, è tornata al teatro con regolarità, perché, come ha confessato, «è l’unico posto in cui mi sento bene, mai frustrata. Ci voglio stare fino a 90 anni».

Foto Laila Pozzo

Dal 2024 è in tournèe con “Oliva Denaro”, riscuotendo un grande successo grazie alla delicatezza con cui ha affrontato un tema come la violenza sulle donne. Nel monologo, ambientato in un colorato giardino, la Angiolini è Oliva Denaro (l’alias di Franca Viola) che racconta la propria vicenda, con il filo conduttore delle canzoni di Mina e dei proverbi popolari della madre.

Da quando a 12 anni non ha ancora “il marchese” (cioè le mestruazioni) a quando, con l’aiuto dell’amica Liliana prende coscienza di stare crescendo ingabbiata come “donna da pollaio”. Come la sorella Fortunata, che dopo la “fuitina” aveva scelto il matrimonio riparatore con uomo violento. Oliva, invece, non si rassegna al sequestro con stupro del pasticcere Pino Paternò, dimostrando che non è vero che «la femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia», come le ripeteva la madre. Con l’aiuto del padre comunista di Liliana e di una rappresentante dell’Unione Donne Italiane si ribella così ad un maresciallo dei Carabinieri accomodante, all’obsoleto articolo 544 del Codice Penale (per il quale il matrimonio estingueva il reato) e alla gente (che, equivocando lo stupro come segno d’amore, “il processo lo fa più a me che a lui”).

Così nella scena finale, al Palazzo di Giustizia, al giudice ribadisce: “no Signor giudice io non me lo voglio sposare”. Bravissima Ambra a far vivere di volta in volta i vari personaggi della vicenda, orchestrando un crescendo emotivo che culmina con il “NO” alla violenza e al sopruso che anche ad Aosta ha trascinato il pubblico ad una standing ovation ed Ambra alle lacrima. «Grazie a voi che ci avete messo l’onestà ed il rispetto– ha detto al pubblico al termine- Sono sicura che quel NO l’avete gridato tutti con me e che lo porterete nel cuore».

Foto Laila Pozzo
Foto Laila Pozzo

Rispondi

Scopri di più da Il blog di Gaetano Lo Presti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere