ANGELO BRANDUARDI: sono come l’aglio, un gusto estremo facilmente riconoscibile

Auguri al cantautore Angelo Branduardi, nato a Cuggiono il 12 febbraio 1950, di cui ripropongo un’intervista fattagli in occasione del concerto del 9 dicembre 1994 al Teatro Giacosa di Aosta per la “Saison Culturelle”l .

L’Angelo Branduardi che abbiamo incontrato in occasione del suo concerto aostano del 9 dicembre  ha folti e riccioluti capelli non certo peli sulla lingua. Il cantautorato genovese? «Lo trovo abbastanza deludente:  facevano Brassens e Brel di seconda, terza e quarta mano.» La musica militante? «Una palla. Come pure la musica intesa come seduta catartica di autoterapia di gruppo. La musica è un fatto relativamente democratico, nel senso che qualcuno deve sempre decidere: ci vuole un leader.» Il rap? «Ogni epoca ha la musica che si merita. In alcuni casi è molto interessante, se però non produrrà talenti è destinato a morire.»Dall’alto di una “serie di grandi numeri” («ho venduto tantissimi dischi in tutta Europa…mi hanno riempito di premi»), Branduardi mostra un certo autocompiacimento, nell’elencare le sue qualità. «L’incoerenza prima di tutto. Nella mia lunga carriera ho fatto tante cose diverse, contraddicendomi anche, ma dando sempre una griffe molto precisa. Branduardi è come l’aglio, un gusto estremo che può fare schifo o piacere ma che, in ogni caso, è facilmente riconoscibile. E poi la sincerità. Non ho mai mentito, ho sempre fatto solo quello che l’istinto ed il piacere mi dicevano di fare.» Qualcosa ci dice che tanti amici nello “Stige” nell’ambiente musicale Branduardi non debba poi averne. Tra questi, comunque, elenca Roberto Vecchioni e Franco Battiato. «Sono molto amico di Battiato, forse l’unico. Come lui penso che la musica non sia qui ed ora, ma da un’altra parte ed in un altro momento. Quando faccio musica la realtà non mi interessa, vengo piuttosto affascinato da quello che immagino sia. E’ il concetto dell’oltre che in Battiato assume caratteri mistici, in me forse più esoterici.» Commosso il ricordo del suo maestro Franco Fortini recentemente scomparso: «Era uno dei più grandi e controversi intellettuali italiani del dopoguerra e per me resta soprattutto un grande poeta. Un giorno mi disse: ”Sei uno dei pochi a cui abbia insegnato che aveva le ali per volare”.» Il concerto al Teatro Giacosa è poi stato un’emozionante formalità, nel corso della quale Branduardi, dopo avere maramaldeggiato con l’iniziale set acustico delle sue canzoni “vecchie e di mezza età”,  ha snocciolato i pezzi del recente “Domenica e Lunedì” nel quale nuove prospettive musicali sembrano dischiuderglisi grazie alla collaborazione ai testi di Finardi, Vecchioni, Panella e Pallottino.Trascinante la sua prestazione- specie quando ha imbracciato il violino («è lo strumento del diavolo. E’ lui che suona te»)- sostenuta da un “dream team” composto da Maurizio Fabrizio, Ellade Bandini e Claudio Guidetti. Trionfo.

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