Teatro

Lo Splendor di Aosta si trasforma in discoteca con il Teatro partecipato pirandelliano di PAOLO ROSSI

Per uno, come Luigi Pirandello, che era nato nella contrada Caos di Agrigento il destino era tracciato. Il suo caos creativo rivoluzionò, infatti, il Teatro italiano, sconcertando spesso il pubblico, e, in ogni caso, non lasciandolo indifferente e passivo. Un po’ quello che da anni cerca di fare Paolo Rossi, che la sera del 5 dicembre ha rappresentato ad AostaDa questa sera si recita a soggetto- Il Metodo Pirandello”, terzo dramma della “Trilogia del teatro nel teatro” del drammaturgo siciliano.

Con l’eclettico artista milanese sul palco del Teatro Splendor, c’erano gli attori della sua compagnia di giro: Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Caterina Gabanella, Laura Bussani e Alessandro Cassutti. E, come previsto da Pirandello, il “pubblico che gentilmente si presterà”. Un teatro partecipato perfetto in tempi in cui “tutti recitano tutto per non essere nessuno”.

“Approfondendo lo spirito non il protocollo” di Pirandello, Rossi ha, così, portato sul palco un imbarazzato Luigi che non vedeva l’ora di tornare al suo posto, salvo diventare l’avventore di un cabaret berlinese circuìto da una sciantosa. O ha coinvolto la bionda giornalista in platea redarguita perché, riprendendo col cellulare, aveva innervosito il barboncino dell’attrice. O le tre spettatrici/ figlie coinvolte nella scena finale del suicidio del loro papà Rossi. O, infine, tutto il pubblico facendolo ballare sulle note de “La Bamba” o di brani disco.

«Credo che per il teatro popolare sia tempo di cambiamenti, se non di rivoluzioni.– aveva spiegato Rossi- Questo è il primo Pirandello dove si balla. Non capisco perché il pubblico debba beccarsi una scena di 40 minuti dove ci sono 5 attori che ballano, e non possa farlo anche lui. La pandemia mi ha chiarito definitivamente che il teatro è un rito collettivo di cui la gente ha bisogno. Noi improvvisiamo e lo facciamo partecipare davvero. E ogni volta è una sorpresa».

Il risultato ha finora messo d’accordo il pubblico (coi sold out che caratterizzano anche questa seconda stagione, Aosta compresa), e critica. Lo dimostrano i premi (l’Ennio Flaiano ed il Premio della Satira Politica Forte dei Marmi) e la lezione su Pirandello che Rossi è stato invitato a fare all’università di Tor Vergata.

Ha perfino avuto l’approvazione dello stesso Pirandello, comparso a Rossi in un dormiveglia. «Il dormiveglia è il momento migliore per me. Più dei sogni, perché il dormiveglia è un po’ come un cinema che autogestisci. Una sorta di metaverso umano in cui sei in uno stato tra finzione e realtà molto pirandelliano. Ed è nel dormiveglia che ho evocato Pirandello che mi ha detto che andava bene così. Mi ha anche detto che la satira è più efficace se parte dal basso. Se non insegue il mainstream, quello che dicono i telegiornali. E, poi, ho inzuppato il lavoro negli appunti e nel ricordo di alcuni racconti di mio nonno che recitò con Rosso di San Secondo, che era l’allievo prediletto di Pirandello».

Più che rivelare i segreti del metodo pirandelliano, ad un certo punto Rossi, rivolgendosi al pubblico, ha in modo metateatrale riflettuto su cosa sia per lui il Teatro («risvegliare l’anima spenta di chi non sa più ricordare, facendogli dimenticare ombre, paure e tutti i fantasmi che ci tormentano»). «E’ una calamita che apre finestre sulla realtà e la infetta positivamente, portando gioia e voglia di vivere.- aveva detto- L’antidoto migliore per la guerra psicologica in corso, che è ben più paralizzante di quelle vere perché ti rubano le parole, ti rivoltano gli ideali, ti cancellano la memoria e, soprattutto, inculcano paure».

E nella scena finale del suicidio dell’attore ha introdotto la canzone “Dentro la maschera di Arlecchino” di Gianmaria Testa con un monologo che si è concluso con le parole: «Noi vendiamo maschere. E le maschere degli attori sono le migliori perché ce le costruiamo sulla faccia. Certo con effetti collaterali. E qualunque Arlecchino vi può raccontare cosa succede sotto la sua maschera».

Lo spettacolo era inserito nel cartellone della Saison Culturelle. E’ stato un ritorno di Rossi in Valle d’Aosta dove è venuto molte volte. Da protagonista, ma anche da spettatore. Come quando, nell’aprile 1991, assistette al monologo di Beppe Grillo al Festival della Satira Teatrale e Televisiva di Saint-Vincent. «Ricordo l’immagine di lui che suonava il piano. L’ho perso di vista, ma mi manca molto come comico. La comicità è simbolicamente un atto di violenza che porta a distruggere. Costruire, invece, ad un comico viene solitamente più difficile. Tutto qui».

Il suo primo ricordo della Valle risale a quando faceva il militare in un reggimento carristi in Piemonte. «Un Ferragosto presi un treno per andare in un posto, che non ricordo, di cui mi aveva colpito il nome. Era un bel paesino, ma non era quello che mi ero immaginato nel dormiveglia».

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